Giro di Boa #9 – “Non mi piace viaggiare” di Giorgio Poi


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Giro di boa è la nuova rubrica di Talassa che analizza una canzone in tre momenti diversi, prendendo spunto dalla profondità del mare. Dalla riva, che racconta l’artista e il brano in generale, alla boa, segnalatrice di frasi interessanti, oscure o controverse nel testo, fino al blu, che rischiara o complica ancor di più il tutto.

di Maurizio Anelli

Riva

Può succedere, talvolta, che osservare qualcosa da lontano aiuti tantissimo la sua piena comprensione. Chi fa parte di un determinato sistema, soppesandone di continuo le caratteristiche, finisce alla lunga per perderlo di vista, a causa dell’abitudine. È necessaria perciò una prospettiva altra, che ne arricchisca e valorizzi le componenti. Se esplicitassimo il discorso e sostituissimo questi elementi vaghi con soggetti –e oggetti– concreti, Giorgio Poi e la musica italiana coinciderebbero a pennello con questo assunto.

È interessante notare come questo artista abbia seguito, nella post-adolescenza, una traiettoria che coinvolge in misura sempre maggiore le nuove generazioni: il trasferimento all’estero nel periodo compreso tra la fine delle scuole superiori e l’università –a Londra, nel caso di Poi– e la ricerca di un percorso per nulla coincidente con un’identità nazionale, anzi finalizzato a discioglierla in un agglomerato europeo multiculturale, sino al ripudio di un certo campanilismo ritenuto quasi retrogrado.

Con queste premesse si inventa i Vadoinmessico, gruppo pop dalle marcate sonorità psichedeliche, precursore di certe atmosfere che saranno poi nei dischi del Giorgio Poi solista. Si susseguono date in Europa e in Usa, ma non si tratta di un progetto destinato al mercato italiano. La distanza nel frattempo si moltiplica, i luoghi da cui osservare l’Italia a distanza diventano due: Berlino rappresenterà un punto di svolta per il cantautore, sarà proprio lì infatti che avverrà la registrazione del suo primo disco in italiano, “Fa niente“, uscito nel febbraio del 2017. Egli diventa protagonista più o meno consapevole della descrizione con cui ho iniziato questo pezzo, vedendo il panorama italiano come una nicchia esotica su cui irrompere, sicuro delle competenze trasversali maturate negli anni e carico di una nostalgia positiva, non comune a chi, invece, le cose le ha fatte sempre e solo a casa propria. Dopo il successo del primo disco, i vari progetti intermedi di collaborazione e l’attesa che ha generato l’annuncio del suo secondo lavoro, possiamo dire che questo processo di ritorno abbia registrato risultati incoraggianti.

Boa

Non si fraintenda il discorso di prima, “Smog” rimane il secondo disco di uno dei cantautori italiani più “internazionali” di cui disponiamo in questo momento storico. Un po’ per tutto il trascorso raccontato poco sopra, un po’ per le vicissitudini che lo hanno portato ad andare in tour negli Stati Uniti con i Phoenix la scorsa estate. Senza contare l’apporto dato dall’ascolto di gruppi della scena progressive rock britannica e tedesca, come da lui stesso dichiarato durante alcune interviste.

Poi però si leggono i testi, e ci si rende conto di quanto l’immaginario italiano sia stato immagazzinato nel profondo dal suo progetto solista. Ragion per cui, se ad un primo ascolto il pensiero potrebbe andare alle chitarre acide di Mac DeMarco, ci si accorge con il passare delle tracce –e in questo slittamento l’uscita del secondo album è stata fondamentale– che la direzione intrapresa è molto diversa: si cominciano a scorgere i profili di Lucio Dalla e Piero Ciampi, volendo chiamare a rapporto riferimenti significativi. «Un tuffo dal cuore alla pancia/Mi guardi e ti sbucci un’arancia» da Tubature è il manifesto di una quotidianità semplice e corporea, figlia più del cantautorato nostrano anni ’70-’80 che di uno sguardo intercontinentale.

Smog, uscito l’8 marzo per Bomba Dischi, è stato anticipato simbolicamente dal singolo La musica italiana, con la collaborazione di Calcutta. Anche se nell’album precedente eravamo abituati a pezzi più sofisticati, a livello concettuale la canzone sdogana un tema fondamentale per capire meglio le scelte di Poi: «dalla stanza accanto, le canzoni sembrano (sono?) meglio», dove la stanza è una metafora non troppo nascosta dei Paesi in cui ha vissuto negli anni passati.

È con la prima traccia del disco, però, che il cantautore decide di mettere davanti a tutto il suo nuovo modo di sentire: Non mi piace viaggiare è la chiusura ideale di un periodo passato a scrivere canzoni nei fragili istanti tra una data e l’altra, tra un giretto fuori dall’Europa e una canzone scritta per altri artisti.

Evidenziamo alcuni passaggi di questa canzone e poi scendiamo più giù:

All’una di notte con gli occhi di pietra
Mangiare qualcosa e andare a casa
Lasciami perdere che ti ritrovo io 

Camilla e Carlotta, la molla e la moscia
Hanno già fatto i biglietti per Amsterdam
Riccardo è tornato ieri dal Canada
Mi sa che s’è trovato bene
E m’ha detto che devo andarci anch’io 

Scusa, non mi piace viaggiare
La pancia della nave ci può digerire
Il treno serve a farti impazzire
L’aereo non è come volare, no
La moto che fa troppo rumore e
La macchina, lo sai, non mi piace guidare
Al pullman preferisco l’inferno
In bicicletta è freddo d’inverno, no
Le trappole a rotelle, sei pazzo?
Sottomarini a forma di cazzo, no
Satelliti per girare in tondo
Viaggiare per distruggere il mondo, no, no, no

Blu

L’inizio della canzone –e del disco– è in medias res, come se l’album precedente, la cui ultima traccia era strumentale, si sia alimentato in un loop senza fine per cadere proprio su questa scena notturna. L’artista sta parlando direttamente agli ascoltatori, puntando sulla riconoscibilità della propria musica: sono stati mesi intensi, in cui si è concentrato sulle produzioni di ciò che stiamo ascoltando, ma ora è “tornato a casa” e sarà lui a dover ritrovare il proprio pubblico con le sue canzoni, e non viceversa.

Con la seconda strofa Poi ci mostra un immaginario-tipo della cultura giovanile, relativo ai viaggi e al trovarsi bene in un luogo che non sia quello in cui si è nati: Amsterdam ne è un po’ il simbolo degli ultimi decenni, incarnando la summa di un divertimento onnicomprensivo, sregolato e culturale allo stesso tempo. Dopo averlo illustrato, però, se ne distanzierà, andando controcorrente. È anche una possibile risposta alla deriva social del wanderlust, raccontata secondo per secondo dagli utenti e per questo iper-idealizzata e svuotata del suo reale significato. Il cantautore non ci si identifica per niente.

Spostarsi per lunghe distanze è soprattutto malessere fisico: nel ritornello Poi gioca a trovare motivazioni diverse per screditare tutti i mezzi di trasporto esistenti. La parola chiave mai pronunciata è “claustrofobia”, l’autore è un novello Giona inghiottito dalle navi e intrappolato in tutto ciò che possiede delle ruote. Fino ad arrivare a delle iperboli quasi nosense per descrivere cose che non ha mai visto da vicino: la forma ambigua dei sottomarini e il moto perpetuo e fine a sé stesso dei satelliti.

Perché se “viaggiare è distruggere il mondo”, avere il coraggio di fermarsi e tornare sui propri passi, come Giorgio Poi, può aiutare comunque a costruire qualcosa di riconoscibile e fortissimo.