Recensioni Fuori Tempo Massimo: “Italyan, Rum Casusu Çikti” – Elio E Le Storie Tese


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di Giovanni Colaneri

La maggior parte delle volte che ho visto persone parlare di Elio e le Storie Tese, volendo escludere a priori ogni voce riguardo “quei tipi strani che anche ‘sta botta hanno suonato a San Remo”, è stato come osservare dei pazienti di sanatorio che, prima, pronunciano parole più o meno sensate, poi, si gettano in una risata fragorosa. Insomma, una cosa tipo: “ahah, la merda spalmata in faccia! E poi l’orsetto ricchione e il vitello coi piedi di cobalto? No vabbè geni proprio.” Tra questi mio fratello, incosciente colpevole di aver fatto ascoltare al fratellino di 8 anni canzoni dal rango elevatissimo come “Banane giganti” e “Shpalman”.

Sono entrato più specificamente nel merito dei singoli album e della storia degli “Elii” solo di recente, rendendomi conto della geniale organizzazione che sta dietro ogni loro minimo lavoro, in particolare: “Italyan, rum casusu cikti”, tradotto, “Il caso della spia italiana mandata dai Greci” oppure “La spia italiana dei greci è stata espulsa”, a seconda di traduzione che si preferisca.

Ora comprendo meglio quel linguaggio astruso, la cui essenza non è altro che pura e ironica comicità, un tipo di ironia che non potevo comprendere quando ero più piccolo e che, di certo, non potevo comprendere senza ascoltare prima per intero un loro lavoro

La copertina è curiosa, esprime un nonsense che analizzerò nello specifico fra poco; rappresenta una mucca (ma va?) con piedi umani (ah, ecco). Contrariamente al primo pensiero che viene, non sono di Elio (che è troppo peloso) e, tra l’altro, piedi e gambe non sono neanche della stessa persona; i piedi sono di Faso, bassista irreprensibile, e le gambe di Giancarlo Bozzo.

Per riconoscere la genialità di “Elio e le storie tese”, ora specificamente in “Italyan, rum casusu cikti”, dobbiamo riconoscere nei loro lavori un fondamentale “dualismo” di elementi che si completano a vicenda e tengono in alto la qualità del lavoro come le colonne di un arco.

Il primo pilastro è rappresentato dal “nonsense“, a partire dal titolo dell’album, una caratteristica principale di quasi tutti i brani, poiché si tratta spesso di storie inventate fin dall’ambientazione spazio-temporale (come il “boschetto della mia fantasia” in “Il vitello dai piedi di Balsa”) e intrecci che non stanno né in cielo né in terra se vogliamo trovare loro una morale, sono privi di scopo, di utilità apparente e rievocano immagini mentali, ricordi, suoni a cui siamo noi ad associare significati e concetti. Il secondo pilastro, la controparte di questa caratteristica che, a sé, non rappresenterebbe altro se non un lavoro scadente, è l’eccellente capacità creativa che ci permette proprio di dare un significato al tutto. In parole povere, la storia di tre vitelli dai piedi tonnati, di balsa, cobalto e spugna, o il ballo del Pipppero, la storia del finale della barzelletta e quant’altro, sono così attentamente ben raccontati e estremamente ben descritti al punto che assumono significato, come se fossero cose assolutamente normali. Sono coinvolti persino attori famosi come Claudio Bisio e Diego Abatantuono, tanto per far capire con quanta sfacciataggine ci stanno schiaffando in faccia storie tanto assurde.

A completare tutto questo, ad amalgamare questo pappone, vi è l’ineccepibile bravura tecnica, una serietà musicale estrema, un’abilità nell’imitare tanto fine che quasi sembra impercettibile la differenza tra l’originale e il “verso” degli Elii. Così assume tutto un’aria forte, decisa, questo album urla “abbiamo fatto delle cose assurde, ma coi controcazzi”.

L’album esce nel 1992, eppure se mi dicessero che è uscito l’altroieri non avrei niente da dubitare a riguardo. Questa musica appartiene a più generazioni, sia a chi negli anni novanta era già cresciuto, sia ad adolescenti che, adesso e nel futuro, scoprono questo gioiello. Capire questo album significa vedere tra le righe dei testi e delle musiche un’ironia così velata e geniale che si stenta quasi a credere che abbiano pensato a tutto loro, gli Elii. Si, l’album mi è piaciuto e non poco.