I Bet You Look Good In Deep Space: la capsula del tempo di Alex Turner


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di Alessandra Virginia Rossi

 

Dal 1977 il Voyager Golden Record è in viaggio per raggiungere chiunque, nello spazio infinito, sia interessato a ricevere notizie di noi piccoli terrestri. Un disco d’oro che, una volta messo in funzione, rivelerebbe immagini, suoni e abitudini di quella razza umana che di certo lo crede ma non può essere unica nell’universo. 

Il Voyager Golden Record non è che un sogno romantico ma è così ingenuo emozionarsi all’idea che qualcuno, che non immaginiamo neanche, possa accogliere la nostra storia? Come apparirebbero ad orecchie (?) sconosciute suoni a noi tanto familiari come quello del vento, del mare, i versi degli animali e le nostre centinaia di lingue differenti? Cosa percepirebbero di noi e della nostra storia? Viene davvero da chiedersi se quello che siamo, se la nostra essenza di abitanti di un pianeta così straordinario, sia davvero adeguatamente rappresentata in quel contenuto multimediale lanciato nel cosmo come un malinconico S.O.S.


Il Voyager Golden Record

Il Voyager Golden Record

L’ultimo disco degli Arctic Monkeys “Tranquillity Base Hotel & Casino” fa un effetto familiare a quello del Voyager Golden Record. Per cominciare il suo lancio è avvenuto dalla Lunar Surface, lo studio improvvisato nella stanza degli ospiti di Alex Turner e approda in una dimensione fisicamente incollocabile: un modellino in scala di un hotel che sembra una stazione spaziale a metà fra il Discovery One di 2001: Odissea nello spazio e un Overlook Hotel dove sembra celarsi una risposta irraggiungibile. 

L’estetica retro-futurista del disco è un omaggio al genio cinematografico di Stanley Kubrick (sebbene si avvertano anche atmosfere Lynchiane, “Twin Peaks” su tutti) e all’estro rivoluzionario di Beatles e Bowie, capostipiti della più grande e vera sperimentazione musicale moderna, omaggiati con estrema eleganza in vari punti. Ma è anche una scelta di linguaggio precisa. Qualche decennio fa le grandi esplorazioni spaziali hanno attraversato il mondo passando per il progresso scientifico, per la pop music fino a stravolgere il gusto in architettura, moda e design.

 


2001: A Space Odyssey

2001: A Space Odyssey

 

Tutto questo aveva come unico motore il bisogno di sconfinare verso nuovi mondi. Al tempo che viviamo, invece, rifugiarsi in questa estetica vecchia ma al contempo intramontabile emblema del futuro, rivela un solo disperato bisogno: quello di rallentare.

 

La fantasmagorica voce del theremin qua e là, anch’esso capace di suonare insieme vecchio e futuristico, interpreta perfettamente l’atteggiamento tragico-ironico che Alex Turner, ispirato da nuove terribili muse, ha assunto per raccontarci il mondo attuale fagocitato dall’ansia di correre, velocizzare, accumulare e in cui le più anguste distopie sono a un passo dal realizzarsi (“1984 2019” canta in Star Treatment).

 

Dietro le sue riflessioni su consumismo e capitalismo e sulla lobotomia su di noi esercitata dai media, ci sono “Infinite Jest” di David Foster Wallace e Neil Postman, due tra i più illuminati interpreti dell’uomo e della società contemporanei ancora neanche lontanamente assimilati dalle nostre coscienze. Non c’è niente, però, in questo disco, che riguardi una protesta a viso aperto. Il racconto che l’album fa delle nostre terribili contraddizioni è teneramente affidato a quelli che Pitchfork ha individuato come unreliable narrators: narratori inaffidabili, ubriachi, strambi, inattendibili, poco credibili.

Nell’era in cui le false notizie convincono più che ogni altra forma di comunicazione, Alex Turner ha lavorato minuziosamente per dar vita ad un linguaggio che capiremo completamente solo fra un bel po’ di tempo, quando, auguriamocelo, saremo riusciti a lasciarci alle spalle la fase più retrograda di questa modernità che avanza e che finora porta con sé le contraddizioni di un mondo che ha forte nostalgia della slow life ma non arresta il suo incedere frenetico, che è schiavo delle tecnologie e si emoziona per i vecchi apparecchi. 

Cosa succederebbe se al posto del Voyager Golden Records in qualche galassia vicina o lontana ricevessero “Tranquillity Base Hotel & Casino”?
Quanto più racconterebbe questo album satirico, grottesco, dolce e insieme aspro di un mondo che perfino i suoi abitanti stentano, talvolta, a capire.