di Giovanni Colaneri

Possiamo immaginare la Gran Bretagna dello scorso secolo come un’imponente vetrina oltre la quale sta esposta una grande e sorprendente varietà di stili e generi musicali. Dinnanzi questa ricca e imponente teca sta Ian Anderson, immobile a scrutare al suo interno come se stesse cercando qualcosa in particolare. Al frontman dei Jethro Tull non sarebbe piaciuto constatare la presenza del proprio gruppo nel calderone del progressive rock anni ’70 tra le fila oltre la vetrina. Ciò avvenne con “Aqualung”, album pubblicato il 1971, additato come uno dei migliori concept album stile progressive che il periodo potesse desiderare. La disapprovazione del flautista avrebbe portato al concepimento di “Thick as a Brick”.

“So you ride yourselves over the fields- and you make all your animal deals- and your wise men don’t know how it feels to be thick as a brick”

Non distogliamo lo sguardo da Ian, che dopo aver constatato del successo del gruppo, si sarebbe rivolto con un’idea ai suoi compagni: il chitarrista Martin Barre, il bassista Jeffrey Hammond, il percussionista Barriemore Barlow (che ha rapidamente sostituito Clive Bunker, uscito dal gruppo durante un tour nel ’71), il tastierista John Evan e l’arrangiatrice Dee Palmer. Il frutto del lavoro dei Jethro Tull fu un album composto da un unico brano lungo più di quaranta minuti, diviso in due parti per esigenze invalicabili (come le facce limitate di un disco in vinile), un concept album progressive che calca con veemenza l’impronta che la critica ha assegnato al gruppo, volendo quindi combattere il fuoco con il fuoco, progressive con altro progressive. Ciò che Ian Anderson avrebbe voluto gridare esplicitamente al mondo quando la Island Records pubblicò l’album nel 1972 fu più o meno questo: “Un gruppo progressive come gli altri? No, peggio! Beccatevi ‘sto capolavoro di presa per il culo assoluta da quaranta minuti, stronzi!”

Tutto parte dalla copertina. “Thick as a brick”, “duro come un mattone” non è altro che un titolo di cronaca riportato su un giornale chiamato “St.Cleve Chronicle”, fascicolo del 7 Gennaio 1972, che narra di un bambino prodigio di otto anni, chiamato Gerald Bostock, vincitore di un concorso letterario squalificato all’ultimo per aver pronunciato in diretta TV una parolaccia tutt’oggi sconosciuta, riportata fra le righe del giornale solo come “G***r” e mai più riportata per intero. Assieme alla notizia principale sono ben collocate altre notizie di cronaca, tutte accomunate da un’ironia che fa pensare ad una “goliardata”. In effetti, tutto ciò che è riportato sulla pagina di giornale (tra l’altro, venduta interamente assieme al vinile) è stato inventato di sana pianta dal gruppo, compresa la storia del giovane uomo, la cui poesia vincitrice del concorso fittizio (anch’essa inventata dal gruppo) non è altro che il testo dell’album. L’album infatti si apre con una lieve beffa, il primo verso del testo: “Davvero, non m’importa se questa la saltate.” Saltare la canzone avrebbe significato saltare l’album. Ops!

“I really don’t mind if you sit this one out.”

Il popolo ha voluto il progressive e ha ricevuto un capolavoro che porta con sé una beffa talmente ben incastrata fra le parole del testo che non si può far altro che apprezzarla. I Jethro Tull hanno giocato con il progressive all’epoca tanto di moda, esagerandone talmente le fattezze da diventarne i pionieri e dettandone le regole. Hanno preso ciò di cui non volevano entrare a far parte e l’hanno reso proprio, presentandoci un insieme di melodie, riff, canti, assoli storici, creativi, tanto belli quanto finti, creati per nutrire la sete che la critica ha di quel genere tanto chiacchierato e per riformarlo come a loro pareva.
Qui è stato esasperato il concetto di progressive, fino a raggiungere un livello in cui il genio musicale non si distingue solo dall’esuberanza artistica e dove l’abilità tecnica si fonde con la necessità di mostrare le chiappe a tutti per affermare che se non vengono leccate non possono essere neanche toccate.

L’album è segnato da continui cambi di atmosfera e abili concatenazioni di eventi musicali. I musicisti ne sono i protagonisti e trascinano chi ascolta in un contesto totalmente emotivo, reincarnato in un’estetica tipica degli anni ’70, la sola in grado di suscitare certe sensazioni. Si assaporano libertà, spensieratezza, beffa, ironia, gioco, rabbia e stanchezza. Concetti ed emozioni rare da trovare in un unico brano. Certo, dura tre quarti d’ora, ma è pur sempre uno solo, no?

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