Pasta & Tonno 02×09: Frah Quintale


22310425_1682374125147785_5102209946843909253_n.jpg

di Michele Canarino Negli ultimi tempi ho ripreso a guardare “How I met your mother“. Di solito non guardo serie di cui già conosco il finale, ma questa mi è sempre piaciuta, l’ho sempre vista a spezzoni, mi ero ripromesso di guardarmela tutta insieme prima o poi. Quel momento è arrivato. A parte la ricerca del grande amore e le risate, la protagonista della serie è New York, il sogno di ogni adolescente. Uno degli episodi della prima stagione è ambientato a capodanno. In parole povere, la storia è che la notte di capodanno non ci si diverte mai. Si va sempre a finire in qualche posto di merda, pieno di gente, ci si perde. Io aggiungerei che si è costretti a fare gli auguri agli sconosciuti, che ci si puzza di freddo e che per prendere da bere dopo la mezzanotte ci vuole la benedizione di San Pio. E poi vuoi mettere l’ansia di organizzare il cenone? Del che fai a capodanno? Come in tutte le serate piene di aspettative, nelle quali devi divertiti per forza, può andare a finire solo in due modi: o torni a casa ubriaco, oppure torni a casa triste. A volte, entrambe le cose.

 

Capirete che non sono un fan della fine dell’anno e del countdown su canale. Un’altra delle cose che non mi stanno particolarmente a genio sono i propositi di fine anno.

Da buon fan di Luciano De Crescenzo, considero e ho sempre considerato il tempo come una convenzione che gli uomini si sono dati: serve a darsi gli appuntamenti. E da buon ragazzo del sud, gli orari non li ho mai rispettati con diligenza. Quando mi dicono che dobbiamo vederci al bar alle 21, io arrivo alle 21:30. Se la partita di calcetto è alle 19, iniziamo a giocare alle 19:15. Se la lezione era alle 08:30, mi svegliavo alle 08:25. C’è qualcosa, non so cosa, che rende piacevole il fare tardi, il prendere tempo. Ecco, uno dei buoni propositi che ho provato a fissare nel corso degli anni è stato quello di provare ad essere più puntuale. Indovinate un po’? Manco per il cazzo.

La risposta che mi sono dato, un po’ perché lo penso, un po’ per giustificarmi, è che non può essere la mezzanotte dell’ultimo dell’anno a farmi cambiare, né tantomeno può cambiare le altre persone. I cambiamenti avvengono in un giorno caldo di settembre, quando ti accorgi di aver finito gli esami. Cambi quando un ragazzino davanti casa ti chiama “signore” e pensi che non stai crescendo, stai diventando grande. Un mio caro amico ha sempre sostenuto che inizi a vedere le cose in modo diverso quando prendi una “botta”. Le botte sono i dolori, le delusioni. Quando se ne va una persona cara prendi una botta. Quando la tua prima ragazza ti lascia ne prendi un’altra. Quando distruggi una macchina prendi una botta. Quando ti rompi un ginocchio, quando ti bocciano per la prima volta a un esame. Sono quelle cose che affrontiamo più o meno tutti, ma che danno uno scossone così forte alle tue fondamenta  tanto da farti cambiare la visione che hai della vita. Da quando io e quel mio amico parlammo di questa cosa, ho smesso di fare propositi per capodanno. Un giorno succederà qualcosa che mi costringerà a essere puntuale, a svegliarmi presto. Sicuramente non sarà la mezzanotte del 31 dicembre 2017.

A proposito di colpi, uno che sembra averne presi tanti, è Frah Quintale. Però, da quello che scrive e che canta, sembra pure averne dati quanti ne ha presi. Sembra essersi sempre rialzato.

 

Frah Quintale è un ragazzo come se ne trovano tanti in giro. Guardando il suo profilo Instagram, sembra quel tipo di persona che non si pettina perché tanto mette il cappellino, che non ha problemi a mettere i calzini di due colori diversi. Sembra sia una persona abituata ad avere il “casino in testa”.

Nella realtà si chiama Francesco, è nato nel 1989 e viene da Brescia. I suoi primi lavori sono usciti sotto il nome di Fratelli Quintale, duo di rapper formato effettivamente da lui e suo fratello. La carriera “solista” inizia lo scorso anno, quando esce “2004“, un EP contente solo 5 pezzi, che ha comunque riscosso un discreto successo. Da quest’anno fa parte del roaster di Undamento, la stessa label di Coez e Dutch Nazari, per intenderci.

A fine novembre è uscito il suo prima album vero e proprio, si chiama “Regardez Moi“. Sempre su Instagram, potete trovare una pagina dedicata all’album, contente tutte le cover disegnate dallo stesso Frah. Perché nella realtà non c’è una sola cover, ce ne sono più o meno 500, ognuna ispirata ai pezzi dell’album stesso, ognuna delle quali destinata a un fan che ha comprato il CD in edizione limitata. In effetti, la parte visiva dei lavori sembra ricoprire una certa importanza. Ne sono un chiaro esempio i video, nei quali non c’è lui, ma un ragazzo con una grossa testa di cartapesta che dovrebbe assomigliargli. Questo espediente a me piace molto. Come mi piacevano le maschere di carta de I Cani e i video dei TheGiornalisti senza i TheGiornalisti. Non mostrarsi in un video, oppure mostrarsi ma con la faccia coperta, fa sì che l’attenzione si sposti su altro, come la musica o la storyline. È un modo per rendere più veritiero il racconto, per mostrarsi davvero.

 

Ascoltandolo, si potrebbe subito pensare al lavoro fatto apposta per cavalcare l’onda iniziata proprio da Coez, quella del “cantautorap“, cioè quel genere a metà tra il pop e il rap italiano che vende così tanto al momento. Come per tutte le cose, bisogna andare più a fondo. Frah Quintale ha una capacità di incastrare le parole che solo la gavetta da rapper ti sa dare. Sembra non ci sia niente di studiato a tavolino, quello che ha in testa è quello che scrive, che si tratti di amori andati male, nottate passate sui treni a fare graffiti oppure viaggi da Brescia a Milano. Forse è stata proprio la testa di cartapesta a farmi pensare che Frah sia un ragazzo confusionario e pensieroso. Se così fosse, avrebbe una capacità che appartiene a pochi: trasformare i pensieri complessi in parole semplici. Nei tesi non ci sono metafore ardite o termini ridondanti. I messaggi sono chiari, diretti, semplici.

 

Il tema ricorrente del disco sono gli amori finiti male. Le produzioni di Ceri fanno la differenza in questo caso. I pezzi non trasmettono tristezza, ma ti trascinano e ti portano a cantare a squarciagola frasi che in altri contesti sarebbero tristi e cupe. La prima volta che ho ascoltato qualcosa di suo è stato quest’estate, la prima impressione è stata quella di una boccata d’aria in un momento stantio per la musica italiana. In estate escono i tormentoni, Frah Quintale ha fatto uscire i singoli che hanno poi composto l’album. Lo ha fatto con coraggio e ha regalato qualcosa da cantare sotto la doccia a chi non ne poteva più di Despacito.

Frah Quintale sembra uno di noi. Incasinato, disordinato, scapestrato. Ma sognatore, innamorato e capace. Scrive e canta le emozioni che almeno una volta nella vita abbiamo provato tutti. Trasforma gli scarabocchi che abbiamo in testa in disegni pieni di colori.

 

Grazie Francesco, ci vedremo sicuramente sotto al palco.