di Alvise Danesin

Devo ammettere che fino a qualche anno fa per me Rino Gaetano era soltanto l’autore di Gianna e di Ma il cielo è sempre più blu. Niente di più. Non mi aveva mai incuriosito o lo consideravo uno di quei cantautori distanti dal presente che, grazie a una bella voce e un paio di canzoni, erano riusciti a farsi spazio tra i ricordi dei miei genitori senza lasciare veramente qualcosa. Uno che, alla domanda “hai mai ascoltato Rino Gaetano?”,  definivo come “non è quello di Gianna?”.

Poi, per mia fortuna, ho incontrato chi mi ha aperto gli occhi.

La persona in questione è una ragazza (la mia) con una grande passione per Rino e per le parole. Sì, le parole, perché basta ascoltare con un po’ di attenzione qualsiasi brano della sua discografia per rendersi conto di quanto riesca, attraverso la forma di una sorta di “canzonetta spensierata”, a raccontare testi di denuncia sociale, di satira politica, di ribellione giovanile e d’amore.

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Dopo aver sentito cantare a squarciagola l’ennesima canzone di Rino, decisi di approfondire. Uno dei primi lavori in cui mi sono imbattuto cercando di capire di più su Salvatore Antonio Gaetano (in arte Rino) è stato “Aida”. Pubblicato nel 1977 per RCA, è il suo terzo lavoro in studio. Sicuramente uno dei più celebri, personalmente  forse non il migliore. Eppure, come gli altri, al suo interno custodisce delle perle di rara bellezza.

 

L’album si apre proprio col capolavoro che gli dà il nome: Aida. Qui Rino si serve in modo sublime della figura di una donna (Aida appunto) per raccontare la storia del nostro paese, dai primi anni del ‘900 fino agli anni ‘70. I riferimenti storici sono tantissimi e in ordine cronologico passa dal periodo coloniale a quello fascista e dal dopoguerra agli scandali politici degli anni ‘70. A seguire, preceduta dalla quasi strumentale Fontana chiara, viene Spendi spandi effendi. Anche qui, celato (ma neanche troppo) sotto le vesti della canzonetta spensierata, si coglie una critica ironica alla società contemporanea, sempre più dipendente dai combustibili fossili e dal denaro.

In Sei ottavi Gaetano, affiancato dalla voce di Marina Arcangeli, affronta in modo  romantico e poetico il tema tabù dell’autoerotismo femminile attraverso una formula associabile quasi a una “sonata d’amor cavalleresco”. Ma non è mai come sembra se si sta parlando di Rino Gaetano. A questo punto arriva forse il pezzo più bello del disco, Escluso il cane.  Un brano struggente, incentrato sulla solitudine di chi si vede circondato da persone ipocrite e false a cui rimane soltanto l’amore del proprio cane, cantato con la solita voce ruvida e graffiante. Gli ultimi brani del disco perdono un po’ di tono anche se rimangono gli arguti doppi sensi e la caratteristica ironia che lo contraddistingue, come in La festa di Maria: “Solo lei ce l’ha/ solo lei la sa dare/ ma non è la festa mia/ è la festa solamente di Maria” oppure in Standard dove, su una melodia blues, Rino elenca in modo ironico e dissacrante i nomi di personaggi famosi dell’epoca.

Rino Gaetano rimane per me una bellissima scoperta. Un artista che troppo spesso è stato sottovalutato ed etichettato come semplice menestrello da palcoscenico da chi non è stato in grado di leggerlo a fondo, soprattutto quando era ancora in vita. La sua voce mi ha letteralmente stregato e i suoi testi continuano a rivelarsi ad ogni ascolto. Ora, a quarant’anni dalla pubblicazione di “Aida”, canto a squarciagola le sue canzoni insieme alla mia ragazza, che non posso che ringraziare per questo bellissimo regalo.

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