di Alessandra Virginia Rossi

 

Qualche decennio fa la musica era una cosa molto “seria”. Ai cantautori si richiedeva impegno sociale, uno schieramento politico netto. Ne sanno qualcosa artisti ritenuti politicamente ambigui come Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Lucio Battisti colpevoli di scegliere una via comunicativa e artistica che non rientrasse nella sola classificazione “rossi o neri”.  Sebbene ai tempi non venisse colto, la loro scelta ha avuto, segnando la storia della musica per sempre, la conseguenza di esercitare un’azione culturale e, perché no, anche politica, di gran lunga più influente di quanto ottenuto con lo sbandieramento ideologico di certe intransigenti compagini dei seguaci di partito.
I tempi attuali sono ben diversi. Quanto più in quegli anni avrebbe sconvolto un album disimpegnato, tanto più oggi sconvolgerebbe un disco politicamente schierato. Cos’è successo nel frattempo? Negli anni ’70, chi più consapevolmente chi meno, si è tentata una rivoluzione poi sfociata in risvolti violenti che hanno portato all’impoverimento ideologico che in molti individuano nel nostro attuale stile di vita. Il terrorismo delle BR degli anni di piombo ha saturato l’Italia e lasciato terreno fertile allo svuotamento culturale in cui gli anni ‘80 e ‘90 sono stati felicissimi di sguazzare.
Nel 1976 l’uscita di “Rimmel” (1975), ritenuto troppo pop, costò a De Gregori una bruttissima serata al Palalido di Milano che incrinò per molto tempo il suo rapporto col pubblico e il palco. Uscire con un album politico oggi avrebbe conseguenze diverse, tutte tragicamente innocue: un’ospitata in un talk show, un inserimento in scaletta a Sanremo per condire il ricco menù dell’intrattenimento da prima serata con un tema sociale lava-coscienze o, infine, un impopolare premio della critica.

Chissà se a mancarci non sia la pressione di un pubblico affamato di rivoluzione, la genialità degli autori o l’attenzione dei mass media.

Abbiamo passato l’ultimo decennio a pregiarci, con ottuso snobismo, di non possedere o di non guardare affatto la tv, togliendo valore al mezzo di comunicazione che più ha contribuito a fare la fortuna della bella musica che rimpiangiamo. Di fatto l’approfondimento musicale in tv non c’è più ed è un peccato perché la mancanza di una diffusione adeguata si sente eccome.

Se si vuole parlare della scarsità degli autori bisogna essere molto cauti. L’album del presunto tradimento ideologico di De Gregori conteneva un brano come Le Storie di Ieri, passato anche per le mani di Fabrizio De André. Non si può prescindere dalla forza interpretativa di due miti della canzone italiana, né dalla ricchezza testuale e musicale di un brano del genere. Ai giorni nostri Dario Brunori ha il merito di essere stato l’unico a  farsi autore di una canzone che tocca la stessa tematica: il ritorno della minaccia fascista.

Non è una gara, non c’è gara. Le Storie di Ieri però è un capolavoro di scrittura che unisce Storia e speranza, poesia e paura che quel fascismo che ha accomunato una generazione possa minacciarne una nuova, ancora innocente, che gioca, pur spensierata, all’ombra di una preoccupante scritta nera. Sono tutti elementi che in fondo mancano a L’uomo nero di Brunori Sas. Un brano incredibilmente reale, il cui protagonista vediamo realisticamente intorno a noi ogni giorno, ma il cui effetto sugli ascoltatori è davvero troppo scarico e debole.

Equipararsi ai maestri è qualcosa che nessuno osa fare e questo pudore ha ampiamente stancato. Senza sfidare i miti non si esplora il nuovo e dunque se non vogliamo accusare affatto un buonissimo autore come Brunori di mancanza di talento, non manchiamo di imputargli una leggera mancanza di coraggio. Al momento attuale difficilmente un artista corre il rischio di non alleggerire per forza ogni prodotto artistico, tendenza questa che affligge qualsiasi contenitore radiofonico, televisivo e culturale. Dubito De Gregori e De André fossero minimamente sfiorati dalla preoccupazione di annoiare o perdere l’attenzione dell’ascoltatore.

Si fa presto a inveire contro la nuova generazione di debosciati senza cultura, ma l’essere cauti è stata la rovina della nostra: ci ha resi passivi e ha spento i nostri talenti. Le ragioni sono da imputare a chissà chi e chissà cosa, forse ai tempi e alla società che cambiano, forse solo al tradizionale governo ladro. Ancor di più alle tendenze. Non escludo che quella del sessantottino fosse una febbre rivoluzionaria destinata a sgonfiarsi come tutte le altre. Non lo so, non c’ero. Di sicuro l’impegno sociale non è affare semplice e il vero bene comune non è un obiettivo che l’individuo, per sua natura, riesce a prefiggersi tanto facilmente.

Siamo noi, il pubblico, a impedire agli autori di osare? Sono piuttosto loro a non sapersi esporre? O più semplicemente, di musica e rivoluzione, si parla troppo poco?
C’è un’unica risposta:

Provate pure a credevi assolti, siete lo stesso coinvolti.

 

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