di Giovanni Colaneri

Ogni volta che tento di descrivere i Rush mi sento istintivamente portato ad affermare che sono degli abili, inimitabili e leggendari cantastorie.

Il trio canadese, composto da Neil Peart, Geddy Lee e Alex Lifeson, ha percorso e contribuito a scrivere l’immensa storia del rock distaccandosi nettamente dalle forti e distinte correnti portate avanti dalla grande varietà di artisti che popolavano gli anni ’70. Chi conosce i Rush li avrà sentiti farsi spazio a gamba tesa fra i giganti del genere come una palla da bowling che, con implacabile inerzia, si dirige verso uno strike devastante. Da molti, questo metaforico “strike”, per il suddetto trio è rappresentato da “Moving Pictures”, ossia l’album all’apice della fase di maturazione iniziata poco più di dieci anni prima da pezzi aggressivi e innovativi, come 2112, che avevano già stampato nella testa dei loro fan nel mondo la frase “Abbiamo le palle quadrate”.

L’album viene pubblicato nel 1981, a cavallo tra il passato e il futuro, tra l’analogico e il digitale, tra due generazioni che, al giorno d’oggi, possono dire di aver vissuto uno dei più grandi periodi musicali della storia. Io, ascoltandolo con immotivata nostalgia, invece non posso che limitarmi ad apprezzare ogni sua singola “hit” e riconoscerlo per ciò che è: un mostro sacro dell’hard e progressive rock.

Non a caso li definisco, senza remore, cantastorie;

The world is, the world is

Love and life are deep

Maybe as his skies are wide

Mentre visualizzo nella mia testa l’outfit caratteristico di Geddy Lee, bassista considerato fra i più innovativi della sua generazione, vengo introdotto con energia nel mondo di Tom Sawyer, un “eroe moderno”, uno spirito libero che naviga nelle acque di un mondo che vuole cambiare e a cui non si piega. Il testo è di Neil Peart, batterista, pilastro e paroliere del gruppo, accompagnato dalla genialità musicale dei due compari capelloni che, senza alcun dubbio, ci hanno regalato una perla composta da assoli complessi, riff innovativi, superbi. Red Barchetta, un brano che potrebbe benissimo iniziare con “c’era una volta”, si oppone al messaggio vasto e forte del precedente capolavoro catapultandoci nell’avvincente e affascinante contesto di un futuro remoto dove le macchine vengono alimentate ad aria compressa. Un’auto a motore e il giovane che ne verrà in possesso grazie allo zio, ci fanno vivere un’avventura energica ed emozionante al termine di cui non possiamo non essere convinti di essere stati noi stessi a guidare quella barchetta, col vento fra i capelli, attraverso 6 minuti di pura energia.

Certo è che, se i Rush non raccontano una storia con le parole, la raccontano con la musica. Lo stesso titolo del terzo brano, YYZ non è altro che il codice aeroportuale IATA dell’aeroporto di Toronto che, nel corso degli anni, ha visto partire e arrivare il trio storico innumerevoli volte. Il riff iniziale, invece, dirompente e quasi casuale, non è altro che il titolo in codice morse, suonato con ritmicità da tutto il gruppo. Il resto della canzone dimostra tutta l’abilità tecnica dei singoli musicisti, come anche la loro maturità, presentandosi al mondo come il brano strumentale che è destinato a segnare un’epoca.

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Limelight, con la sua abile critica all’ipocrisia del mondo della musica, si rivela più “tranquillo”, raccontando, come farebbe un giovane innamorato alla propria ragazza, quanto sia difficile vivere da artista e bilanciare l’attenzione per i propri spazi personali con la fama e gli impegni.

In pochi attimi veniamo trasportati nella Grande Mela, dove The camera Eye da inizio a un tour guidato che ci porterà a finire in UK, cullati dalla difficilmente disprezzabile (e ormai, diciamocelo, scontata) genialità musicale del gruppo. Piano  piano l’oscurità ci attanaglia, sentiamo freddo, il synth abilmente diretto da Geddy Lee costruisce l’introduzione di Which Hunt, dove possiamo immaginarci con un forcone in una mano e una torcia nell’altra, in marcia attraverso una landa buia e fredda in caccia delle streghe.

 

The night is black

Without a moon

The air is thick and still

The vigilantes gather on

The lonely torch lit hill

 

Il brano finisce quasi improvvisamente, lasciando dell’amaro in bocca che, Vital Signs, provvede abilmente a raddolcire. La sperimentazione del gruppo, in questo brano più che negli altri, prende forma in giri musicali elettronici, creativi e d’impatto che crescono sempre di più, catturandoci e trasportandoci verso il climax del finale che, misticamente, sfuma nel silenzio.

Quest’album è la dimostrazione che per viaggiare non sono sempre necessari un biglietto, un bagaglio o del denaro, bastano solo buona musica e una bella storia da raccontare.

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