di Claudia Casali

Svegliarsi male. Ancora sbronzi dalla sera prima. Con i sintomi di chi sta attraversando una crisi personale. Con la consapevolezza di essere imperfetti, sbagliati. Così, inadeguati. Senza via di uscita da questa realtà infame.
Vivendo costantemente nel disagio e nell’incertezza. Con quel costante senso di nostalgia e tristezza. Perché tanto a tutto questo schifo ci siamo abituati. Perché consideriamo “Alcol, schifo e nostalgia” la nostra più intima biografia.

È proprio questo infatti l’album di benvenuto agli inetti del XXI secolo. La colonna sonora di studenti frustrati. Di lavoratori inappagati. Di genitori che devono mantenere per un tempo indeterminato i propri figli. In modo più ampio, di tutte le difficoltà che i giovani d’oggi devono affrontare. Così come viene descritto in Welfare, primo brano del disco, energetico, dinamico, che lascia spazio a una più intima riflessione contenuta in Io non ho quel non so che. Grido generazionale dei vinti, il brano è una celebrazione a chi, nonostante le mode del momento, rimane sempre fedele al proprio modo di essere, indipendentemente da quello che la società richiede.

Rimanere sempre se stessi, con le proprie incertezze e i propri difetti, allontanandosi dalle convenzioni attuali. Ribellandosi agli stereotipi moderni. Con sonorità che richiamano gli anni ’90, i Voina raccontano questo rifiuto generazionale ne Il Jazz.

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Alla base del disco chitarre elettriche e tanta incazzatura. Ribellione e stampo alternative rock. Ma anche tanti sentimenti negativi e possibilità di vite differenti. Come in Non è la Rai, pezzo grunge e con chiare e dirette critiche alla società nostrana.
Ma le critiche non sono solo per i nostri tempi. Gli anni 80 denuncia infatti una società passata. Quella dei nostri genitori. Quella protagonista dei fallimenti passati e delle disillusioni delle nostre generazioni.

Le sconfitte, l’odio, il rancore e una generazione in guerra con se stessa. Tutto racchiuso all’interno di Morire 100 volte brano, incalzante ed energico, che mostra ancor di più le fragilità umane.
Il futuro alle spalle è invece un brano intrinseco di nostalgia. Con un titolo che richiama uno scritto di Hannah Arednt, il pezzo mette in luce le speranze e le rassegnazioni di chi ha davanti agli occhi un futuro incerto.

Richiami ai Ministri, ai Fask e ai Management del dolore post operatorio sono rintracciabili all’interno dei 10 brani contenuti nell’ultimo lavoro dei Voina. Nonostante questo però, ogni pezzo ha un’identità ben definita. Parole semplici e dirette, tematiche sempre delicate affrontate con personalità e grinta.
La provincia è un po’ il riassunto di tutto questo. Il brano, forse il più intimo, chiude il secondo album  interamente realizzato grazie ai fondi raccolti con una campagna su Musicrasier.

I brani più riusciti sono sicuramente Bere e Ossa. Il primo, uno stile di vita. Sogni, mancanza di punti fissi e illusioni. La volontà di seguire i propri desideri nonostante tutto, lasciando spazio solo a quello che riteniamo più opportuno. Il secondo, la più bella dichiarazione d’amore che i Voina potessero fare. La ballata che completa l’album con immagini poeticamente catastrofiche. Che ci piacciono. Lontano dalle smancerie e dalle sdolcinatezze a cui la massa si è omologata.

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Un amore lontano dagli schemi, non convenzionale, puro. Un amore tra due persone che si amano con i propri difetti, con le proprie incertezze, con le proprie diversità. Diversi, come l’insolita cappella realizzata in Giappone dallo studio di architettura Hiroshi Nakamura & NAP Architects.

Completata nel 2014 e con i suoi 15m di altezza, la Ribbon Chapel è unica nel suo genere. Non muri e tetti ben definiti. Ma scale che si intrecciano e pareti vetrate immerse nella natura. Con una vista panoramica sul Mar del Giappone, ogni elemento naturale viene lasciato in bella vista all’interno dell’edificio.

Tutta la costruzione della cappella è stata pensata per riprodurre con immagini insolite il rito del matrimonio. Le due scale a chiocciola, che si intrecciano, rappresentano le due vite degli sposi che, prima di unirsi in matrimonio, devono affrontare le difficoltà della vita, rappresentate dalle molteplici curvature delle scale.
Il matrimonio è raffigurato dalle due scalinate che si incontrano in cima alla struttura, generando un unico nastro, simbolo delle separate vite degli sposi che da quel momento in poi procederanno insieme. Come a chiedere al cielo se fosse possibile unire quelle due vite distinte in un’unica vita.

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Le curvature delle scale, oltre ad assumere un significato simbolico, rendono la struttura libera da artifici compositivi e fortemente stabile.
Tutto l’edificio è stato pensato infatti per essere il più flessibile possibile, per potersi muovere liberamente sotto l’azione di un forte terremoto o di forti venti. Per questo la scelta di utilizzare vetro e lega di zinco titanio, materiali che rispondono bene anche ai danni causati dalla brezza marina.

Gli alberi, i percorsi che lasciano intravedere il panorama circostante, l’oceano, le montagne, le isole lontane sono da sfondo a quella che risulta essere la miglior cappella per matrimoni che lo studio di architettura giapponese potesse costruire.

Così come Ossa anche la Ribbon Chapel è una sintesi perfetta di tutti quegli amori non convenzionali. Che non hanno bisogno della normalità e di un romanticismo forzato. Che trovano la bellezza soprattutto nella diversità, in quelle immagini catastroficamente poetiche che continuano a piacerci.

 “Vorrei fare un disastro con te
spaccare questo stupido locale
le nostre ossa che sbattono
il rumore che fanno quando si abbracciano
i nostri disturbi mentali
ridiamo mentre ci guardano
le nostre ossa che sbattono”
Voina – Ossa

 

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