di Gabriele Naddeo

“Meme, meme ovunque”, recita uno dei frame più utilizzato nella storia dei meme su internet, con Buzz Lightyear intento a mostrare al buon Woody la vastità di bambini, polline, esami, moralisti, gattini che affollano le home di mezzo pianeta.  Irriverente, realizzabile con un paio di click e spesso e volentieri legato a un tipo di cultura sfacciatamente pop, il meme era naturalmente predisposto a diventare una delle forme d’espressione più diffuse, e per questo più redditizie, del web. Dalla viralità online alle mostre d’arte dedicate allo sfottò 2.0 per antonomasia, il passo era brevissimo; non stupisce allora che l’influenza del meme, e della comunicazione immediata in senso lato, abbia pesantemente influenzato anche il mondo delle cover dei dischi.

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Dall’artwork in copertina del vinile – paragonabile nel migliore dei casi al quadro d’autore da appendere in salotto – al booklet del compact disc, benedetto o maledetto, a seconda della presenza o meno dei testi,  la cover dei dischi (o delle playlist) nell’era dello streaming e dei social media sembra aver trovato la sua ragion d’essere nel concetto di viralità e riproducibilità. In sintesi, meme batte quadro e libretto 2 a 0, che tanto quasi nessuno compra più i dischi, e per i testi poi ci pensa Big G.

Inutile dire che non funziona sempre così: non tutte le cover degli album sono necessariamente condizionate dalle dinamiche del web, così come il ritorno del vinile un suo peso all’interno della questione ce l’ha, ma è interessante notare come alcuni degli artisti più influenti del momento abbiano scelto come biglietto da visita dei propri dischi grafiche crude, essenziali, in alcuni casi anche oggettivamente brutte, ma senza subbio efficaci.

Le parole d’ordine, dicevamo, sono viralità e riproducibilità (leggasi: ‘pubblicità gratis’) e allora cosa c’è di meglio dell’artwork di “The Life Of Pablo” di Kanye West, dove due foto a bassa qualità, piazzate su uno sfondo monocromatico con la stessa eleganza di una presentazione PowerPoint di un liceale, accompagnano le scritte sovrapposte e ripetute che formano il titolo dell’album? Manco a dirlo, spuntano come funghi siti che permettono di realizzare la propria versione di TLOP e tutti, incluso Talassa, giocano a fare i Kanye per un giorno. Interessante notare che la copertina di “Nothing Fails” di Madonna del 2003 probabilmente nasceva con la stessa identica intenzione, ma che la diffusione dei social ha fatto la differenza in questo senso.

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Se West ha lasciato che il web ispirasse la cover del suo ultimo album – di cui peraltro si conosco due versioni parallele – per ispirare il web stesso in risposta, Kendrick Lamar ha fatto un’ulteriore passo avanti con “DAMN.”, trasformando in contenuto altamente virale non solo la copertina del disco ma anche gli stessi nomi delle canzoni. Titoli rigorosamente in capslock, con tanto di punto finale, e grafica ridotta all’osso ci hanno messo poco a conquistare il popolo dell’internet, che non ha perso tempo a ‘dannare’ la propria foto del profilo o scrivere in MAIUSCOLO. QUALSIASI. COSA. senza il rischio di apparire un cinquantenne su Facebook, armato di ‘buongiornissimo’ e gif di bassa lega.

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D’altro canto, le copertine di “More Life” di Drake e “For Crying Out Loud” dei Kasabian fanno del layout del meme la propria evidente fonte d’ispirazione, così come  l’ultimo lavoro di Frank Ocean segue grossomodo la stessa formula dei suoi colleghi, a parte per un piccolo dettaglio degno di nota. C’è lo sfondo monocolore, c’è la foto di copertina piazzata senza troppi sbattimenti, ma il titolo del disco non corrisponde al titolo effettivo dell’opera. L’album si chiama “Blonde”, la copertina recita “Blond”, senza le e. Da una parte c’è il less is more, declinato al tempo di Photoshop e delle immagini modificabili in un battito di ciglia; dall’altra c’è Frank Ocean che  – a parte fare il cazzo che gli pare, in generale – c’insegna che le strade della creatività sono infinite e a volte basta semplicemente togliere una lettera per suggerire all’ascoltatore una chiave di lettura di un intero album (come ampliamente suggerito qui).

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A confermare la grande diffusione delle copertine ‘social’, arriva in aiuto anche qualche esempio italiano: “L’ultima Festa” di Cosmo sembra una specie di omaggio più o meno velato a TLOP di West, “Faccio un Casino” di Coez è una variante della formula di cui sopra e la cover di “Vita Sociale” dei Canova richiama ai tag delle foto su Facebook.

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Aspettando, a questo punto, la prima copertina con la doppia spunta blu di whatsapp in primo piano (magari esiste già!) viene spontaneo chiedersi quale sarà la prossima frontiera dell’artwork musicale, premesso che continueremo ancora a parlare di album e non di playlist. Cover con immagini in realtà aumentata? Gif in apertura della versione digitale del disco o, perché no, direttamente un videoclip? La speranza, in ogni caso, è che la creatività non venga schiacciata dalla fruibilità e dalla semplicità a tutti i costi. Perché va benissimo il voler giocare con un linguaggio contemporaneo, popolare e facilmente veicolabile, ma è anche lecito dubitare che una copertina come quella di “More Life” verrà ricordata per la sua originalità e qualità.

drake

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