La mia generazione, o almeno buona parte di essa, ha preso sempre più le distanze dalla televisione e dalla classica programmazione televisiva. L’avvento di internet ci ha permesso di poter vedere quello che vogliamo, quando vogliamo e come vogliamo. Tutto questo ha fatto sì che nella vita di uno studente universitario facesse un nuovo modo di perdere tempo e di stare svegli la notte fino alle quattro: le serie televisive. Le serie hanno sostituito quasi totalmente la televisione, e in buona parte hanno preso il posto dei film in streaming.

Come tutti, anche io ho le mie serie preferite. Game of thrones è sicuramente quella che mi ha appassionato di più. Negli ultimi mesi, con molto ritardo, ho visto Narcos e Stranger Things. Rick and Morty mi ha fatto ridere moltissimo. Ce n’è stata una, però, che mi ha fatto riflettere molto, ed è buffo che si tratti di una serie animata. Spesso si pensa che un “cartone” non abbia questo genere di scopo, ma BoJack the Horseman ha questa peculiarità. La serie è ambientata in un mondo praticamente uguale al nostro, abitato però non solo da umani, ma anche da animali antropomorfi. Più nello specifico, tratta di un uomo/cavallo, che di mestiere fa l’attore, vive ad Hollywood ed è circondato da persone/animali più o meno sani di mente. Tralasciando le grandi capacità degli autori e degli sceneggiatori (cercate l’episodio “A fish out of water” se volete farvi un’idea), la cosa che più mi ha colpito è l’originalità del soggetto: BoJack è un attore che si confronta con quelle che sono le difficoltà della vita di una star.  Non ha problemi economici, lavora poco o niente, ha tutte le donne che vuole e vive in uno dei posti più cool del mondo, ma ha comunque a che fare con la depressione, con l’alcool, con la paura di sbagliare e con i problemi sentimentali.

Siamo spesso portati a pensare che questo tipo di problemi riguardi solo la gente comune. E la gente comune stessa è portata a pensare che la soluzione a ogni tipo di problema sia il denaro. Il fatto che i “personaggi famosi” non debbano preoccuparsi di come pagare le bollette, esclude loro automaticamente la possibilità di provare tristezza agli occhi della maggior parte delle persone. Negli ultimi mesi sono scomparse due icone degli anni ’90-00, Chris Cornell e Chester Bennington. Entrambi hanno avuto problemi con le droghe e con l’alcool, entrambi erano malati di depressione, nessuno dei due aveva problemi economici, entrambi hanno scelto di suicidarsi. Le star della musica, e più in generale i musicisti, sono uomini e donne come me che sto scrivendo e te che stai leggendo, non vivono in un mondo di plastica, non sono felici solo perché sono (mediamente) ricche. La loro musica è influenzata dalla loro vita, e la loro vita è altrettanto influenzata dalla loro musica.

Una delle domande che ci si pone guardando BoJack The Horseman è: quanto è importate l’apprezzamento delle altre persone per un artista? L’uomo/cavallo della serie sembra avere questa necessità incommensurabile di essere accettato, apprezzato e amato, non solo dalle persone che lo circondano, ma soprattutto dall’opinione pubblica e dai suoi fan. E in effetti, nella scala dei bisogni di Maslow è presente questo bisogno primario della stima. Un individuo, facente parte di un gruppo di altri individui, sente il bisogno che questo gruppo non solo lo accetti come membro, ma anche che gli altri membri lo apprezzino e lo stimino. Ecco, cosa succede quando questo gruppo di persone è formato da migliaia, se non milioni, di individui? Immagino non ci sia una risposta univoca, credo però che ci siano diverse strade che un artista può intraprendere.

In Italia, il discorso è molto complesso. Il modo in cui gli artisti si approcciano all’apprezzamento dell’opinione pubblica cambia a seconda della “scena musicale”.

Nel pop italiano c’è un forte avvicinamento a quello che è il pop internazionale, le canzoni sono tutte molto simili, base EDM e voce pulitissima. Si tende ad allontanarsi molto dallo storico cantautorato italiano, per avvicinarsi il più possibile a quelli che davvero comprano i dischi, gli adolescenti. In quella che potremmo chiamare “scena indie”, anche se non lo è, il discorso è diametralmente opposto, sembra che a nessuno interessi l’apprezzamento della gente comune: a volte gli artisti sembrano gareggiare a chi è più originale, a chi inserisce più strumenti, per poi andare a inciampare in lavori che non sono altro che la copia dei precedenti.

Negli ultimi anni si è presentata nel panorama italiano una superpotenza, in termini di fanbase e in termini di vendite: la “scena hip-hop”. L’hip- hop italiano ha una storia decennale, ma back in the ages, appartenere a questo tipo di cultura era un motivo di scherno, i rapper degli anni ’90 non erano così cool quanto quelli degli anni ’10, non vendevano così tanti dischi e nei video non c’erano tante belle ragazze, anzi, i video non c’erano proprio. Ad oggi, i nomi più grandi della scena stanno cercando di sostituire i fenomeni del pop in cima alle classifiche di vendita, molto spesso con successo. I ragazzini non sognano di diventare Vasco Rossi, vogliono diventare coma Marracash, Guè e Ghali.

Accanto a questi pesi massimi, sempre in termini di vendite e views, c’è un gruppo di artisti appartenenti allo stesso substrato culturale, i quali cercano di rivolgersi ad un altro pubblico. Uno di questi artisti, è Mecna.

 

Corrado Grilli, in arte Mecna, è pugliese ed ha appena compiuto trent’anni. Il suo vero mestiere non è il musicista, ma il grafico pubblicitario. Si è laureato allo IED di Roma e tante delle copertine dei vostri artisti preferiti sono state disegnate da lui. Per fare due nomi: Clementino, Fabri Fibra, Emma Marrone, Dargen D’Amico. Il suo primo album, “Disco Inverno”, esce nel 2012. Lo seguono “Laska” nel 2015 e “Lungomare Paranoia” nel 2017. Precedentemente al suo primo lavoro, sono usciti svariati EP e il rapper è apparso in numerosi lavori dei membri della sua (ex?) crew, la Blu Nox. In effetti, io stesso mi sono avvicinato alla sua musica negli ultimi mesi del 2012 grazie ad alcuni suoi featuring con Ghemon. Per i più vicini al genere, la musica di Mecna non ha troppo bisogno di essere raccontata. Il rapper pugliese si è distinto dal primo istante per le produzioni originali e le rime molto personali. La frase che potete trovare più facilmente su internet, associata all’artista è: “sembra che le tue canzoni parlino di me”.

Io per primo, quando mi sono approcciato alle sue canzoni, ho pensato parlassero di me. In effetti, il pregio più grande di Mecna, è proprio quello di riuscire a raccontare le proprie esperienze in maniera assoluta, universale, tanto che chiunque ci si può immedesimare. L’altro grande pregio sono le produzioni: Mecna non è un producer, ma si affida alle mani dei migliori della scena.

Ho scelto di scrivere di Mecna in questo articolo per un motivo piuttosto semplice: il rapporto che ha con l’apprezzamento dei suoi fan. Ma partiamo dall’inizio.

Mecna inizia a scrivere e a rappare quando vive ancora in Puglia. Il suo stile e i beats che utilizza sono ancora acerbi, ma sempre molto in linea con il sound dell’epoca. Si trasferisce prima a Roma e poi a Milano, il suo primo disco è fresco, allineato con le produzioni internazionali dei primi anni ’10. A questo punto arriva il successo vero e proprio: le ragazzine gli chiedono di firmare le magliette, sui social gli arrivano messaggi da sconosciuti che gli dicono di aver cambiato la loro vita, qualcuno lo riconosce e lo ferma per strada. Nessuno si chiede se a Mecna faccia piacere tutto questo. Infatti, dopo il tour per “Disco Inverno”, Mecna scompare, letteralmente. Spegne i social e va a registrare il secondo album lontano dall’Italia, in Norvegia. Come spesso si sente dire, il secondo album è il più difficile, e Mecna ha due strade di fronte a sé: fare un lavoro facilmente fruibile, simile al precedente, e di conseguenza allargare la sua fan-base; oppure fare quello che gli va di fare, un album asettico, freddo, tanto nel sound quanto nella sua parte grafica, influenzato dal sound della scena internazionale, molto più vicino ai suoi gusti e ai suoi ascolti, piuttosto che a quelli dei suoi fan della prima ora. Naturalmente, Corrado sceglie la seconda strada.

Nuovo album, nuovo tour, nuova sparizione. Fino al  13 gennaio del 2017, quando di punto in bianco esce fuori “Lungomare Paranoia”. Mecna cambia ancora, lui stesso dice di non essersi posto limiti, di aver fatto quello che gli andava di fare in termini di suoni e rime. Il risultato è un album che non si impara a memoria dopo il primo ascolto, ma che ha bisogno di passare più volte nelle cuffie per essere apprezzato. Quello che più salta all’orecchio è il definitivo distacco dalle opinioni altrui: quelle della critica, che lo definisce piatto; dei fan, che si imbattono in un album complicato, dalle mille sfaccettature e senza ritornelli facili; della “scena hip-hop italiana” stessa, che è ormai molto lontana dalla musica di Mecna.

L’evoluzione del fenomeno Mecna può essere analizzata dal punto dei vista delle produzioni e dei beats. Alcune delle sue canzoni più vecchie utilizzano campionamenti di strumentali molto famose (31/07 – Avril 14th di Aphex Twin). A “Disco Inverno” e a “Laska” partecipano,  in termini di featuring e produzioni, alcuni membri di Unlimited Struggle e Blu Nox. In “Lungomare Paranoia” non ci sono featuring e i beats sono curati da Iamseife, Lvnar, Alessandro Cianci, The Night Skinny, Nude, Fid Mella, 24SVN e GODBLESSCOMPUTERS, tutti producer caratterizzati da un sound moderno, ma lontano da quello che va più di moda in Italia (per fare un nome, lontano dai beats di Charlie Charles).

BoJack the Horseman diventa famoso per “Horsin’ Around”, un programma televisivo sciatto, che gli permette però di essere apprezzato dall’americano medio. Per buona parte della serie, BoJack cerca di dimostrare al mondo e a se stesso di essere un buon attore, capace di interpretare ruoli diversi da quello che lo hanno reso famoso. In Mecna si potrebbe ritrovare lo stesso problema: l’immagine che ha dato di sé al pubblico e ai suoi fan con il suo primo album, gli sta stretta. Lui non è più quello di “Disco Inverno”. “Lungomare Paranoia” è lo sforzo finale, il lavoro che gli permette di scrollarsi di dosso i panni vecchi per indossare una più adatta felpa di Palace.

Ciao Corrado, continua a fare il cazzo che ti pare.

 

 

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