di Royston Vince

Sono nato nel 1969, lontano da Londra, e nonostante abbia perso la rivoluzione musicale di Jimi Hendrix, provo sempre a consolarmi pensando che, dopotutto, ero in vita quando lo era anche lui. Qualche anno più tardi, quando ascoltavo per la prima volta “Are You Experienced?”, nel 1982, Jimi se ne era già andato, ma solo dopo aver profondamente influenzato  il panorama musicale del tempo. Esplorando un negozio di dischi nella sonnolenta cittadina di Woodbridge, Suffolk, mi capitò sottomano una copertina molto particolare: un terzetto eccentrico, inquadrato con l’obiettivo fish-eye. Con uno shock improvviso, riconobbi il nome e la vistosa permanente dell’artista al centro del trio . Negli ultimi tempi avevo ascoltato in continuazione “The Wall” dei Pink Floyd e un verso della canzone Nobody Home –  I’ve got the obligatory Hendrix perm – aveva improvvisamente molto più senso. La vita era molto più misteriosa prima dell’avvento di Google.

Impossibile descrivere quanto quel disco mi avesse segnato: Jimi ai miei occhi era subito diventato un eroe. A questo punto il passo successivo era alquanto prevedibile: sentivo il bisogno di assomigliare al mio nuovo idolo, questo americano oltremodo talentuoso che aveva reso più facile anche la ricerca di un insegnante di chitarra elettrica, strumento reso ancora più popolare dallo stesso. Se ritorno a quei giorni mi sembra strano pensare che adesso vivo non lontano da quella casa di West London che Jimi raggiunse in una mattina d’autunno del 1966, direttamente dall’aeroporto,  e ancora più vicino al luogo dove, come si suol dire, “attraversò il fiume brillante” in un giorno di settembre insolitamente caldo, nel 1970.


Side One

Già dalle primissime note si capisce che non si rimarrà più gli stessi una volta che si riporrà l’album nella custodia.  Non è, in fondo, proprio questa sensazione che cerchiamo tutti quando ci confrontiamo con della nuova musica? Spesso però si rimane delusi al primo ascolto, ma non è questo il caso. Lo si capisce già dal brano di apertura: Foxy Lady, con tracce del Jailhouse Rock di Elvis Presley nascoste da qualche parte nel suo DNA, è un ottimo inizio e una sferzata adrenalinica.  Anche i testi leggermente outré funzionano. Se ci si concentra meglio sulle parole, si capisce come Hendrix sia sempre in grado di rendere credibili e ragionevoli cose che suonerebbero senz’altro ridicole sulla bocca di qualcun altro.  Provate a cantare “Here I come babe….I’m comin’ to get ya” restando seri, poi ascoltate la sua versione: non vi è già venuta voglia di essere la  ‘baby’ in questione?  L’andatura spavalda di Foxy Lady si trasforma in frenesia totale con la traccia successiva: Manic Depression è il segno più evidente dell’energia pura generata da quest’album.

Dal 1967, il blues importato dall’America era uno stile spesso copiato maldestramente, ma pur sempre molto popolare. Così, Red House segue in qualche modo questa scia: musicalmente più banale, ma pur sempre molto piacevole da ascoltare e, soprattutto, tremendamente autentica. Qui, lo si capisce, è l’America urbana a cantare e suonare in prima persona. Can you see me? è un pezzo ‘pop’ meravigliosamente energico in cui, come nella seguente Love or Confusion, si può quasi sentire il piacere di un trio in perfetta sintonia. I Don’t Live Today rappresenta al massimo la vitalità di Mitch Mitchell alla batteria e, nonostante la parte parlata nell’outro non funzioni così bene, è pur sempre una novità che verrà successivamente copiata da innumerevoli gruppi.

 

Side Two

May This Be Love, con la sua chitarra fluida e frizzante che ricorda la cascata raccontata nel testo, ci dà una breve e piacevole tregua dal torrente di nuovi suoni. Tocca a Fire, il compito di ributtarci immediatamente nella mischia, mostrando un Hendrix brillante e più spavaldo che mai.

La traccia più lunga dell’album è Third Stone from the Sun, un ottimo esempio di come, a soli ventiquattro anni, Jimi Hendrix aveva già sviluppato un’eccellente capacità nel comporre arrangiamenti. Dall’accordo di apertura al riff centrale à la Wes Montgomery, preparatevi a uno strumentale tour-de-force: ci si sente trasportati in un’altra dimensione.  Davvero notevole anche la successiva Remember, una canzone pop tradizionale che ricorda i suoi giorni sul Chitlin’ Circuit e richiama influenze da Motown Little Richard, così come il cambio di tonalità segna un novità rispetto alla maniera “tradizionale” di considerare un pezzo. È l’equivalente di una traccia di Ringo Starr in un album dei Beatles e funge da leggero sollievo prima di scontrarsi con una delle canzoni più potenti dell’album.

L’ultimo brano di “Are You Experienced” è audace, ti sfida e ti provoca: è un atteggiamento avventato, è l’elemento rivoluzionario.  Le radici della musica classica indiana sono rivolte a un intero nuovo mondo e con la chitarra e le batterie in sottofondo, Hendrix sembra celebrare la consapevolezza di essere un musicista esperto. Se una tendenza moderna nella musica è mettere le canzoni percepite come migliori all’inizio di un album, Jimi ci fa aspettare fino all’ultimo prima di regalarci questa canzone epocale.

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È difficile immaginare come un album di debutto riesca a contenere una serie di canzoni così accattivanti come quelle che si trovano in “Are You Experienced?”, ma è così, ecco perché questo disco continuerà ad influenzarci per generazioni.  Nel giro di due anni avevo comprato ogni album di Jimi allora disponibile, alla continua ricerca dello stesso impatto vissuto con il suo debutto. Con il senno di poi, si capisce che il suo secondo disco ,”Axis: Bold as love” (1967), è stato una mossa commerciale, per provare a ripetere il grande successo del primo lavoro. Il terzo, “Electric Ladyland” (1968) mostra un artista che ha perso ogni senso di proporzione e l’album live “Band of Gypsies” (1970) è stato un obbligo contrattuale. Quindi, se vi state accostando a Jimi per la prima volta, vi consiglio di partire da questo capovaloro di debutto e da tutta la sua gloria difettosa, ma purissima, segno di un imi Hendrix ancora non contaminato dalla fama e dal successo.

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