di Gabriele Naddeo

Ho un debole particolare per i testi che si lasciano guardare. Ci sono libri, poesie, articoli, canzoni, persino tweet (NON covfefe), che hanno una carica immaginifica assoluta e parole che si fanno inquadrature. Sotto il sole giaguaro di Italo Calvino è un titolo che potrebbe dare filo da torcere al corto più corto della storia del cinema (pare che sia questo qui), così come alcuni stralci di romanzi meriterebbero una manciata di Academy Awards.

…dal pianerottolo giunse la voce di contralto della signora Haze, la quale, sporgendosi dalla ringhiera, domandò melodiosa: «È lei, Monsieur Humbert?». Insieme alla voce scese anche un po’ di cenere di sigaretta. Poco dopo la signora in persona – sandali, pantaloni marrone, blusa di seta gialla, faccia quadrata, in quest’ordine – scese i gradini, l’indice che ancora picchiettava la sigaretta.”
(Vladimir Nabokov – Lolita)

Ora per non citare gli stati di Facebook del solito Mario Fillioley, provavo a concentrarmi sul contesto della musica italiana ed ecco che subito è saltato fuori il nome di Lucio Dalla, uno a caso, insomma. Una canzone come Cara la si può tranquillamente stampare e appendere in salotto, sopra al divano, che ci fa un figurone accanto alla copia incorniciata del Monet. Il brano, uno degli otto capolavori di “Dalla” (1980), è una travolgente carrellata di immagini: tanti, tantissimi, troppi capelli di cui forse non vale la pena fidarsi, un posto nel cuore dove tira sempre il vento e una farfalla che questo vento lo cerca, lo insegue. In Cara poi si cade, si cade continuamente: nel vino, negli occhi, nella notte buia e profumata e magari anche dentro un letto. In realtà, dove caschiamo veramente tutti, ad uno ad uno, è esattamente alla metà del brano. All’ io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato ci si affeziona come a una foto di famiglia e in qualche modo, alla fin fine, lo diventa.

Quasi quarant’anni più tardi, Giorgio Poi si prende il gelato di Dalla e lo scioglie in una dolce dose di psichedelia. Chitarre in stile Mac DeMarco e voce metallica a parte, il sentimento resta lo stesso, catturato in un altrettanto memorabile scatto: un tuffo dal cuore alla pancia, mi guardi e ti sbucci un’arancia è un trionfo di piroette e dolori di stomaco e nervosismo e quotidianità. Al posto dei capelli, però, in Tubature ci si incastra in una serie di oggetti: la felpa blu, le scarpe da ginnastica, tombini, centralini, fibre ottiche e chi più ne ha più ne metta. Il vino, intanto, lascia il posto a un gargarismo di parole strane e gli occhi, pensierosi più che pericolosi, disegnano ragnatele sul soffitto.

Il desiderio di scappare lontani, però, è lo stesso che si percepisce in Cara, anche se il finale è alquanto diverso. Ma so già cosa pensi, tu vorresti partire, come se andare lontano fosse uguale a morire e non c’è niente di strano, ma non posso venire suona decisamente più amaro di chi sa che l’indomani andrà finalmente a vivere sul mare, addirittura su palafitte a forma di astronave. Allora adesso che tutto è già deciso, che il tempo non ci scappi tra le mani, facciamo le valigie e via lontani: un’altra foto da aggiungere all’album di famiglia, un’altra canzone da appendere accanto alla copia del Monet. 

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