di Michele Canarino

In ogni università che si rispetti o che si possa chiamare tale c’è un’usanza piuttosto intelligente: il Job Day. Si tratta di una giornata ideata per far incontrare le imprese e gli studenti, con il tramite di qualche associazione universitaria e di qualche professore che ha voglia di impegnarsi. Di solito funziona che di mattina le imprese si presentano agli studenti e di pomeriggio vengono effettuati dei colloqui o dei workshop, a volte di prova e a volte veri e propri. Sono degli eventi organizzati per introdurre i laureandi a quelli che potranno essere i colloqui che faranno di lì a poco oppure per far incontrare i neo-laureati con i recruiter delle imprese senza il tramite dei processi di selezione dei curricula o dei siti internet.

Pochi giorni fa ho partecipato all’evento organizzato dal dipartimento della mia facoltà di Economia e vi dico le cose come stanno: mi sono sentito catapultato in uno scenario totalmente diverso da quello a cui sono abitutato.

Numero uno: i video di presentazione. Ogni impresa si è presentata con un piccolo video nel quale si raccontavano il business, la vision, la mission e altre parole inglesi. Quello che mi ha fatto sorridere è stata la musica scelta a supporto delle immagini. Qualcuno ha usato Bruce Springsteen, qualcuno ha scelto Pharrel Williams e i Black Eyed Peas, la maggior parte ha scelto un’anonima quanto accantivante base EDM. Nessuno, dico nessuno, che abbia messo Liberato.

Numero due: l’abbigliamento. In una mail inviata dagli organizzatori dell’evento era stato specificato che era necessario presentarsi in maniera formale. Ed in effetti così è stato: la maggior parte dei ragazzi ha tirato fuori dall’armadio l’abito di laurea. Indovinate chi era l’unico con le Stan Smith e la camicia di jeans?

Ma questi sono solo argomenti a contorno. La verità è che ho visto per la prima volta quelli della mia generazione in riga come soldatini e vestiti come pinguini, io che sono abituato a vederli con le sneakers sporche e la felpa, mentre ordinano un gin tonic scorrendo le foto su Instagram. Non dico che sia un problema, sono perfettamente cosciente del fatto che con tutta probabilità tra un paio d’anni sarò esattamente uguale a loro. Mi sono solo sentito un po’ in ritardo, come se avessi perso un treno, non l’ultimo e nemmeno il penultimo, ma comunque un po’ fuori tempo.

Sono tornato a casa con il cellulare scarico, rimuginando sul perché di tanta insofferenza e di tanto incomodo. Le stesse facce che ho visto e che vedo nei corridoi dei dipartimenti, nelle aule, sui campi di calcetto e per le strade di Napoli ogni sabato notte, si sono trasformate in poco tempo nelle facce dei miei colleghi e dei miei competitor, pronti a scannarsi per consegnare un curriculum prima di me. Poi ho visto un pacchetto di Lucky Strike a terra e ho realizzato: quella stessa mattina, nel tragitto tra casa mia e l’università, ho ascoltato Carl Brave e Franco 126 a palla.

Polaroid” è il primo lavoro del duo romano Carl Brave x Franco126. Ho usato la parola lavoro per un motivo ben preciso: non si tratta di un vero e proprio album. I brani che lo compongono sono stati caricati su Youtube dalla pagina Soldy Music a partire dal dicembre del 2016, il primo dei quali doveva far parte dell’album solista di Carl Brave. Solo il 5 Maggio di quest’anno le “Polaroid” sono state messe insieme in un unico prodotto, confezionato a cura di Bomba Dischi (la stessa di Calcutta e Pop X, per citarne alcuni). Le copertine sono due: una per gli store digitali, raffigurante un bangla metre scatta una foto, che si dice sia lo stesso che ha scattato tutte le foto che hanno accompagnato i video dei vari singoli sul tubo; l’altra, per la copia fisica del disco in edizione limitata, è un artwork preso da una delle frasi più rappresentative del duo, “fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini”.

72150bfe9df5311721e3ca6cd64e5fe5.1000x1000x1

Devo dire la verità, io ho iniziato ad ascoltare Carl Brave e Franco126 da pochissimo tempo. Non avevo mai sentito nulla del loro lavoro, fino a quando uno degli editor di questa pagina me li ha consigliati. Dei loro pezzi si è scritto e detto tantissimo. Si è parlato della giusta fusione tra rap, trap e indie pop. Li si è paragonati a Calcutta, come se fosse il metro di paragone per qualsiasi cosa uscita da un anno e mezzo a questa parte. Si è detto che sono la Dark Polo Gang degli over 21, per il loro canto poco intonato e per il fatto che a volte lasciano che le rime si perdano nel fumo. Hanno scritto che i loro ritornelli si rifanno a Lucio Dalla. A me sembra che questo sia un vizio intrinseco alla critica musicale italiana: quando qualcuno tira fuori qualcosa di nuovo, lo si deve sempre etichettare in qualche modo. Per come la vedo io, non si sentiva qualcosa di così fresco e genuino da mesi, senza confronti e nomi buttati giù più o meno a caso.

Diretta. Molto probabilmente non c’è miglior aggetivo che descriva la musica scritta e prodotta dal duo romano. Non mi capita spesso di ascoltare un unico album a ripetizione per giorni interi, senza che questo mi stanchi, invece la forza di “Polaroid” è proprio questa: i testi sono molto diretti, si assimilano e si ricordano facilmente, ma ad ogni ascolto c’è una sfaccettatura che prima non si era colta. All’inizio credo diano a tutti le stesse sensazioni, le rime trattano di ragazze e birre e sullo sfondo c’è una Roma urbana e primaverile. Andando un po’ più in profondità emerge quella punta di malinconia, quel senso di incompletezza che attanaglia quasi tutti coloro che hanno più di vent’anni.

“Tu come stai?
È un po’ che non ci sentiamo
Io solo guai
Meglio se non ne parliamo
Ti direi dai, prendi un aereo e partiamo
Ma tanto ormai”

È interessante, poi, come il duo si diverta a usare all’interno dei propri pezzi i nomi di alcuni brand. Tre delle dieci canzoni che compongono il disco hanno il nome di un marchio (Polaroid, Lucky Strike, Enjoy) e in ogni pezzo i brand vengono citati almeno una volta (“Gucci”, “Pandino”, “ATAC”, “4088”). La capacità sta proprio nel fatto di amalgamare questi vocaboli con altri di uso comune, in modo da tenere insieme la storia che c’è dietro ogni canzone.

A mio avviso, però, la qualità migliore di Carl e Franco risiede nel modo in cui creano contrasto tra rime più scanzonate e rime pesanti come macigni. L’esempio più lampante è: Galoppiamo in SH, ‘namo in sella/Lei è bella bella peccato che è lella/Perché piangi alla patente pora stella/T’hanno bocciata perché sei partita in terza/Ho saltato il compleanno di mio nonno/Il giorno dopo è morto, l’ho abbracciato in sogno. Il pezzo si apre che sembra una barzelletta e dopo due secondi ti sferra una gancio sinistro che nemmeno Conor McGregor.

Forse il leitmotiv di “Polaroid” è proprio questo, il contrasto. Da una parte ci sono le birre e i giri in due in motorino, dall’altra ci sono le relazioni burrascose e i due di picche; da un lato c’è la Roma dei sampietrini e dei monumenti, dall’altro ci sono i quartieri più poveri e meno visibili. E questo vale anche per la mia generazione: su di una faccia della medaglia ci sono le giacche blu e le cravatte rosse che fanno l’apericena al Momart; sull’altra faccia ci sono Nike con le suole consumate, le birre prese per strada e le sigarette a colazione.

Due settimane fa è uscito il primo video di Carl Brave x Franco126. Si tratta di Pellaria, una polaroid inedita, con la quale si chiude il disco. Il video spiega benissimo il mood che il pezzo trasmette: l’aria leggera e la voglia di buttarsi pellaria, praticamente il pezzo dell’estate.

Grazie Carlo e Francesco, ci vediamo in giro, magari vi offro una Tennent’s.

Annunci