Di Antonio Zarrelli

Anno 1963: In Inghilterra va in scena la rapina più grande del secolo, degna dei migliori romanzi. Un gruppo ben organizzato, senza pistole e con solo manganelli, si porta a casa l’equivalente di 60 milioni di euro assaltando il treno postale Glasgow-Londra. Tanti furono in seguito arrestati, ma solo una minima parte del bottino fu recuperata. In quel periodo Elvis andava alla grande e proprio in quello stesso anno si esibirono per la prima volta a Londra, al The Clissold Arms pub, i The Kinks, che sarebbero diventati una band di riferimento della scena musicale londinese, contendendo a The Who la paternità dei primi pezzi hard-rock (You really got me). Un racconto liberamente ispirato al pilota della rapina, dietro cui qualcuno insinua ci fossero altri personaggi, a un pub, che come al solito viene buttato giù per fare spazio al progresso, e a una ragazza.

1963 – “Allora, che ci fai qui?”. “Niente, ci sono capitato”. “Io sono venuta a sentire suonare quelli là, dicono che sono bravi”. “Non saprei, quello con la chitarra non è male però”. “Mi sono sbagliata forse. Ti piace quello con la chitarra?”. “Intendevo, mi piace come la suona”. “Ah, non saprei, a me piace solo ascoltare e ballare, che sei un musicista tu?”. “No”. “E allora che ne sai di chitarre?”. “Ho provato a imparare una volta”. “E poi?”. “E poi ho lasciato stare”. “Per fare che?”. “Per fare le gare con le auto truccate”. “Sei un pilota allora?”. “In un certo senso”. “Sei un pilota o no?”. “So guidare le macchine”. “Mi fai fare un tiro?” “Tieni”. “Quindi per cosa le usi le macchine?”. “Per rapinare i treni”. “Tu non fumi roba buona”. “Perché?”. “Musicista, pilota e bandito, troppe cose da sballo messe insieme, non me la conti giusta”. “E sono pure ricercato, ce l’hai un posto dove nascondermi?”. “Certo che ce l’ho, ma non mi dovevi raccontare mica tutte queste balle per venire a casa mia”. “Allora possiamo andarci?”. “Non avere fretta, ti ho detto che sono qui per la musica. La senti questa, la voglio ballare, vieni con me?”. “No, ti aspetto qui”. “Fa’ come vuoi. Eh sì, sono forti questi”.

Nonostante non fosse la serata giusta, il ragazzo aveva riconosciuto subito che quella era una chitarra buona. Fece un altro tiro e si mise a osservare la birra nel suo bicchiere. E come spesso gli capitava in quella birra ci vedeva la sua faccia…

1958 – La testina ormai consumata dal tempo solcava il disco dando la sensazione che da un momento all’altro lo avrebbe lasciato girare a vuoto. Al ragazzo però non importava, ormai la sapeva a memoria quella canzone. Le dita sulla chitarra provavano a starle dietro, ma non era soddisfatto. Il tizio del disco era troppo per lui, ma non se ne preoccupava. Lo doveva a quel tizio se aveva passato l’estate a lavorare per procurarsi quella vecchia chitarra.

Il sasso, puntuale come sempre, andò a sbattere sulla finestra. “Ancora con quella chitarra, lasciala perdere, non è roba per te. Forza, scendi, voglio farti vedere una cosa”.

I due ragazzi s’incamminarono. Quello che lanciava sassi era eccitato. “Stasera vinciamo, mi sono procurato una macchina che neanche t’immagini”. “Dici sempre così”. “Tu, invece di pensare alle chitarre, pensa a usarle bene sul volante quelle mani”. “Ma perché non guidi tu?”. “Lo sai che faccio schifo al volante almeno quanto te a suonare e non mi va di perdere i soldi per nulla”. “Sarà, ma io non ci credo mica che faremo i soldi”. “Hai ragione, noi non faremo i soldi, noi diventeremo strafottutamente ricchi. Tu pensa a guidare, che al resto ci penso io”.

1963 – Le mani stringevano il volante. Non gli avevano mai tremato così neanche quando avevano sfidato gli scagnozzi del boss umiliandoli tanto da rimetterci quasi la pelle. Non l’avrebbe mai dimenticata quella sera. Gonfiati di botte dopo aver vinto la corsa. Gli avevano spaccato la faccia e si erano ripresi i soldi. Lui a malapena ci vedeva da un occhio e una mano era quasi fuori uso.  Stavano seduti in macchina e quell’altro se la rideva. “Che cazzo ridi, te l’avevo detto io. Ci hanno quasi ammazzato e siamo senza soldi”. “E chi se ne frega, adesso lo so. Ti farò strafottutamente ricco”. “Ancora con questa storia, vaffanculo. Non sento più niente, ho bisogno di un dottore”. “Te l’ho già detto, tu pensa a guidare, al resto ci penso io”. Quell’altro veramente ci pensava al resto. Il giorno dopo, ancora con la faccia deformata, aveva lanciato nuovamente il sasso sulla finestra dell’amico che provava a suonare la chitarra con la mano mezza rotta. “Oggi non scendo, lo sai”. “E chi se ne frega, salgo io”. E quello salì e da lì cominciò tutto. “Allora, c’è un treno…”.

“Oh, che fai? Sveglia. Forza partiamo”. Il ragazzo al volante ebbe un sussulto improvviso. Si era perso nei suoi ricordi. Mise in moto e ripartì più veloce che poteva tra le strade buie delle campagne, senza neanche guardare in faccia quello che gli stava vicino. Solo dopo si rese conto del manganello insanguinato. “Avevi detto niente violenza”. “Non ti preoccupare, gli ho dato solo una botta in testa”. “Allora che si fa?”. “Gli altri stanno pensando al treno. Andiamo ad aspettarli”. E così fecero. Riuscirono a prendere tutto il denaro e a svignarsela al rifugio. Si divisero il bottino e il ragazzo che lanciava i sassi disse all’amico “Te l’avevo detto, ti avrei fatto strafottutamente ricco”. Non si era sbagliato ma, sintonizzato con la radio della polizia, in poche ore si rese conto che il rifugio non sarebbe stato a lungo sicuro. “È meglio andarsene, ognuno per la sua strada. Chissà, forse un giorno ci rivedremo, goditi i soldi”. Il ragazzo mise la sua parte del bottino in macchina e sfrecciò più lontano possibile. Se ne tornò in città. Ascoltava sempre la radio, tutti parlavano della rapina del secolo, e la cosa non gli piaceva affatto. Finché la radio lo disse, qualcuno della banda era stato arrestato. I primi nomi vennero fuori e sentì pronunciare anche il suo di nome. Avevano già cantato, era fottuto. Non ebbe troppa paura, forse se l’aspettava. Poi pensò di nuovo al suo nome pronunciato alla radio. Fu strano per lui, una volta aveva sognato che lo annunciassero per via della sua chitarra, magari per la vittoria di una corsa, non per una rapina. Ma così era, poi pensò all’amico che gli lanciava i sassi, ‘A quello non lo prendono, a costo di rifarsi la faccia, non lo prendono. Avrà già trovato il modo di squagliarsela per sempre’. Decise di andarsene al pub, magari con una birra l’attesa sarebbe stata migliore.

La ragazza tornò al bancone e lo trovò ancora lì a fissare la sua birra. “Allora li hai sentiti questi qua, mi fanno impazzire”. “Sì, sono bravi. Forse avrei dovuto insistere con la chitarra”. “Ma chi se ne frega, portami a casa. Fammi vedere come sai guidare, hai la macchina?”. “Sì, ma sono ricercato”. “Ancora con questa storia, te l’ho già detto, non hai bisogno di fare colpo. Su, andiamo”. Il ragazzo accettò senza dire una parola di più. Lo sapeva qual era il suo destino. Tanto valeva godersi quegli ultimi attimi di libertà. Fecero l’amore a lungo, fumarono erba, e si distesero esausti. Poi lui si alzò e si mise a guardare dalla finestra. Un paio d’ore dopo vide due poliziotti forzare la serratura della sua macchina. Li vide tirare fuori le borse piene di soldi. Se ne andò lasciando la ragazza che dormiva tranquilla. Lasciò sul letto una borsa come quelle che avevano trovato i poliziotti.

 

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2007 – L’uomo arrivò con un po’ di ritardo. Ormai cominciava a sentire gli anni sulle spalle e soprattutto sulle gambe. Un gruppo di gente si era già radunata. Ci tenevano a quel pub, lo volevano salvare a tutti i costi. In quel pub l’uomo l’aveva sentita per la prima volta quella chitarra. Quel pub era un monumento alla musica, e bastava questo a doverlo salvare. Poi arrivarono anche loro, il gruppo, il mito. E anche loro ci provarono a salvare il pub. E poi arrivò anche lei. E lui la vide. E lei lo vide. E il pub era là. E i Kinks erano là. “Avevi ragione, suonavano proprio bene”. “E tu, li rapinavi veramente i treni”.

 

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