di Michele Canarino

Ogni città ha un punto di ritrovo per gli universitari. A Roma c’è San Lorenzo, a Bologna c’è Piazza Verdi, a Camerino non so come si chiami, ma sono abbastanza sicuro che esista. Sono dei posti indissolubilmente legati alla vita di uno studente, a maggior ragione se fuorisede. Ognuno di noi ci ha passato almeno una serata e ha almeno una storia da raccontare. Io, ad esempio, potrei parlarvi di schiene bloccate, chiavi perse, nasi rotti e foto scattate all’alba.

In piena primavera questi luoghi tornano a essere molto frequentati, grazie al clima che favorisce attività che di solito comprendono: bere birra, passare ore a parlare del nulla, mangiare il kebab e fare uso di stupefacenti.

Conosco bene solo la movida notturna di Napoli, unica mia città universitaria che, da questo punto di vista, non ha nulla da invidiare alle più conosciute città europee. Ci pensavo un sabato notte come tanti altri. Nelle vie del centro c’è gente ovunque e fino a tarda notte, si spende pochissimo ed è davvero difficile incontrare una faccia triste. Ci sono tre posti che uno studente ha visto o frequentato almeno una volta durante la sua carriera: Piazza Bellini, Piazza San Domenico e il Kesté. La prima è molto vicina alla Accademia di Belle Arti, di giorno è un posto tranquillo e poco trafficato; la seconda è invece in piena Spaccanapoli, sempre piena di vita. L’ultimo è un posto tanto strano quanto affascinante,  una piazzetta situata di fronte ad una delle sedi dell’Università “L’Orientale”. Non so di preciso perché si chiami così, la traduzione letterale di Kesté in italiano è “questo è”, come a dire che quel posto è esattamente quello che vedi, niente di più e niente di meno.

Vicino alla sede dell’Orientale c’è una basilica. Di norma non avrebbe nulla di particolare,  se non fosse per il fatto che al suo interno si tengano delle sedute di laurea. Quando capita, ci si tengono anche dei concerti. L’ultimo artista ad esibirsi è stato un figlio di Partenope, tale Giovanni Truppi.

Quando parlo di Giovanni e della sua musica con i miei amici o conoscenti, mi confronto spesso con opinioni contrastanti. Cadrebbe a fagiolo il tanto abusato luogo comune “o lo ami o lo odi”, ma con un artista come Giovanni è difficile parlare di odio quanto è facile parlare di amore. Spesso rispondo a chi lo critica che è il suo modo di cantare che causa queste reazioni, è la caratteristica che più lo contraddistingue, ma che allo stesso tempo può allontanare nuovi potenziali ascoltatori. Io stesso non lo avevo ben inquadrato all’inizio, avevo pensato e supposto che la sua musica e i suoi testi non mi dessero nulla, come al solito è stato il tempo a farmi appassionare ai suoi discorsi e alla sua musica.

Il concerto a Napoli è il primo in Italia, dopo un mini tour europeo durante il quale Giovanni si è esibito in compagnia del solo piano. “Solopiano” è anche il titolo del suo ultimo lavoro, vale a dire una rivisitazione di alcuni dei suoi pezzi più rappresentativi più un inedito dal titolo La mia felicità. Si tratta in parole poverissime di un album di cover, che non aggiunge nulla alla sua discografia, ma che conferma ancora una volta, e se ce ne fosse bisogno, quanto Truppi sia bravo. Proporre un lavoro di canzoni già edite e renderlo ascoltabile, fare in modo che non sia noioso, non è una cosa così facile come sembra.

Il fatto che il concerto si sia tenuto in una basilica mi ha fatto piuttosto ridere. Nei suoi testi Giovanni fa tanto uso di parolacce ed è spesso irriverente. Direi che non è proprio l’artista che potrebbe suonare in una chiesa. Forse la caratteristica più evidente di “Solopiano” ha a che fare proprio con i testi, c’è un’apparente incompatibilità tra il modo in cui Truppi scrive e lo strumento, le parole che usa spesso cozzano con l’immagine che si ha e che si potrebbe avere di un pianoforte.

Ho spesso ripetuto che non mi viene facile parlare degli artisti che amo e Truppi è uno di questi. Durante tutto l’articolo ho fatto il suo nome, l’ho semplicemente chiamato Giovanni. Il fatto è che lo vedo vicino a me, a noi, alla mia generazione. La sua più grande capacità è proprio la leggerezza con cui affronta temi delicatissimi come la depressione, la morte, il sesso ed è per questo che lo sento così vicino. Il suo modo di elaborare, mettere nero su bianco e trasmettere le emozioni è moderno e quanto più possibile simile a quello della mia generazione. Non credo ci siano tanti autori e cantautori capaci di farlo quanto lui.

La mia felicità è il brano che chiude “Solopiano”. Ognuno vede cose diverse nelle canzoni che ascolta, ma io non vorrei che si sottovalutasse un pezzo del genere. Qui Giovanni parla ad un’ipotetica amica e le racconta come si sente, accompagnato solo dai tasti banchi e neri del piano. Non c’è un vero e proprio ritornello, c’è solo un flusso di pensieri che sembra una porta per l’età adulta.

Il punto è che forse bisogna aspettare, bisogna aspettare un po’ prima che Giovanni sia compreso dai più, bisogna aspettare che si dissolvano i fumi dell’alcol che accompagnano questi anni, bisogna aspettare che la monotonia ci risucchi per capire le sue paure, bisogna aspettare fino a quando non sentiremo più la necessità di stare in mezzo a centinaia di persone come noi, di sabato sera, per sentirsi più compresi, meno soli, con il gin tonic in mano.

Grazie Giovanni, ci vediamo al Kesté.

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