Una recensione interamente analogica di Alessandra Virginia Rossi

Accendo il computer perché voglio scrivere di “The Idiot”, disco leggendario che compie 40 anni quest’anno. Non ne ho una copia fisica, ma che importa, qualche ora fa un coetaneo mi diceva: “A che serve il vinile? Ormai hai tutta la musica in digitale”.
Al momento di aprire la libreria in streaming però, Spotify mi comunica, beffardo, che sono offline. Non funziona il wifi in casa.
A che serve allora il vinile di “Atom Heart Mother” che mio padre mi ha lasciato in eredità e che risale proprio al 1970? Non solo a permettermi di fare la recensione che devo consegnare a breve ma anche a farmi trascorrere uno dei pomeriggi più lieti degli ultimi tempi.

Ingredienti necessari:

– disco in vinile di “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd datato 1970 e stampato da EMI Italiana S.p.A.
– giradischi Philips anni ’80 ricoperto di adesivi del nuovo millennio
– volume “Pink Floyd, la musica e la leggenda” a cura di RS Italia
– volume “Tutte le canzoni dei Pink Floyd. Il fiume infinito” di The Lunatics, Giunti
– Cronometro
– Carta
– Penna
– I cinque sensi ben aperti

Procedimento:

“Atom Heart Mother” è il risultato di una geniale ricetta da assaporare sin dai toni trionfanti dell’ouverture del lato A fino alla gustosa colazione psichedelica che conclude il lato B.

Prendo posto seduta a terra davanti al mio vecchio giradischi come se entrassi nella platea di un teatro. Silenzio. O meglio, crepitio del vinile. La suite si apre con Father’s Shout, un’ouverture in crescendo, volta a catturare la mia attenzione per non lasciarmi più fino a concerto finito. Gli strumenti della Abbey Road Orchestra si presentano (violoncello, trombe, corni, tromboni, tuba, violini e legni) e attendono batteria, basso e chitarra per dare il loro meglio. Tra nitriti, urla, deflagrazioni e rombare di motociclette l’orchestra è al completo e il motivo più celebre della suite, sostenuto da possenti ottoni, si fa amare da subito. È il momento di un dialogo interessante, tra classico e moderno. In Breast Milky il violoncello e l’organo Hammond di Wright si intrecciano amorevolmente accompagnati dalle percussioni più discrete di Mason per poi lasciare spazio alla lap steel di Gilmour. Con Mother Fore è il momento dei cori e della contaminazione più classica del disco. Richard Wright ha in mente il compositore seicentesco Henry Purcell mentre immagina queste parti, finché un basso funky si insinua gradualmente fino a introdurre Funky Dung, la chitarra maestosa di Gilmour e bizzarri gorgheggi corali che ci ricordano che siamo negli anni delle sperimentazioni più stravaganti. Dopo Mind Your Throats Please gli ottoni riportano trionfalmente all’armonia del tema principale ma la psichedelia è in agguato e persiste, sempre più onirica e sperimentale, fino a tacersi in un’esplosione che porta a Remergence, ultima parte della suite. Ecco tutti gli strumenti riemergere dalle nebbie lisergiche per ritrovarsi e dare il loro meglio in un grande finale.

“Here is a loud announcement”

“Silence in the studio!”

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Si gira il vinile, prendendolo rigorosamente dai bordi come consiglia chiunque ne abbia vissuto l’epoca d’oro.
Il lato B ci porta l’unica cosa di cui forse si è sentita la mancanza nel lato A. Le voci di tre dei quattro Pink Floyd. Roger Waters su un arpeggio dolce e intimo canta le sue spigolature interiori e i suoi rimorsi nei confronti dell’ormai lontano Syd Barrett. Riflessioni amare che Gilmour consola con una lap steel di cui abbiamo già gustato un assaggio dall’altro lato. If è l’inno ideale di chi ha qualcosa da rimproverarsi ma è anche in cerca di un po’ di comprensione “And if I go insane will you still let me join in with the game?”.

È la volta di Wright con Summer ’68. Un piano dolcissimo e malinconico rievoca una piccola avventura amorosa condita di sensi di colpa (gli ottoni e il crescendo drammatico del verso “How do you feel?” lo testimoniano) vissuta durante un’estate che non smetterà mai di evocare atmosfere incredibili anche per chi non l’ha vissuta. Sono sogni che si perdono in un sonno ridestato dal rintocco delle campane che aprono Fat old sun. Gilmour, che ne è l’autore, canta delle sere estive dell’infanzia, quando l’odore dell’erba falciata si faceva più intenso man mano che il sole, vecchio e grasso, trasformava il giorno in una notte d’argento.
All’appello manca solo la creatività compositiva di Nick Mason da cui nasce, in parte, l’esperimento più bizzarro dell’intero disco: Alan’s Psychedelic Breakfast. Già il genio di Syd Barrett aveva dato il La per un’operazione tanto folle, quando durante un live, si allontanò dal palco per andare a recuperare un fornelletto e un uovo da friggere accanto ai microfoni. Oltre a far venire fame, Alan’s Psychedelic Breakfast soddisfa chiunque abbia un particolare gusto per i rumori domestici registrati. Il lavandino goccia e Alan, roadie della band, entra in cucina trascinando le ciabatte, prepara la colazione, frigge uova, gusta cornflakes e versa bevande che poi lo sentiremo assaporare. Sullo sfondo della scena, mentre il sole del mattino è ancora pigro, le tre parti musicali del brano alternano piano e lap steel in Rise and shine, chitarra acustica e steel in Sunny side up e infine tutti gli elementi nella finale Morning glory.
“The Amazing Pudding” era il titolo ufficiale di questo disco che ha reso famosa una mucca di nome Lulubelle III. Waters, però, leggendo un giornale in attesa di suonare alla BBC per John Peel, decide di trasformarlo in “Atom Heart Mother” prendendo spunto dalla notizia di una donna incinta il cui pacemaker cardiaco era alimentato da energia nucleare. Anche la suite che occupa l’intero lato A nasce da un’idea folle e imprevedibile: comporre la colonna sonora di un immaginario film western.
Non sono mai stati contenti i Pink Floyd della registrazione definitiva di questo disco. Sperimentale, sbilenco, incompleto. Un po’ come quelle grandi idee che ci vengono poco prima di dormire e che la mattina seguente, versando i cereali, ci accorgiamo di quanto fossero improbabili. Non per questo, però, meno divertenti e d’ispirazione. Un po’ come una mucca che ti guarda scodinzolante dalla copertina di un disco nell’anno 1970. Assurda ma iconica.

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