di Antonio Zarrelli

Come vi avevamo già anticipato parlando dell’esibizione di Dente al Forge di Londra, oggi vogliamo raccontarvi di chi ha aperto quel concerto. Abbiamo scambiato due parole con Luca Fiore, fresco di nuovo Ep “Behind the clouds”, chitarrista e cantautore diplomatosi a Londra, artista di strada. In Italia ha catturato l’attenzione di importanti media che lo hanno voluto conoscere per quello che sta facendo a Londra dopo aver vinto la competizione “GIGS”, quale migliore busker dell’anno, che gli ha permesso di suonare nelle stazioni metro di Londra. Del Luca Fiore “Italiano di successo a Londra”  si può facilmente trovare informazioni. Noi abbiamo voluto conoscere qualcosa in più su questo ragazzo bravo, sorridente, con la musica dentro.

T. Ciao Luca, dritti al sodo. Vivi in una città che in realtà ha dentro di sé tutto il mondo. Hai vissuto l’esperienza accademica e quella di strada, hai suonato su diversi palchi, anche come turnista, hai vinto un contest molto importante. Cosa c’è dietro queste nuvole del tuo ep “Behind the clouds”?

L. Dietro queste nuvole c’è sicuramente la voglia di fare musica, quella mia però. Dopo le esperienze come turnista, che comunque continuo a fare, perché mi danno da mangiare, e la conferma avuta dalla competizione vinta, dove ero da solo, che la mia musica può interessare a un pubblico inglese, è  arrivato  un momento della mia vita in cui attivamente e più coraggiosamente investo su me stesso.  “Behind the clouds” è la prova tangibile di tutto questo, quattro tracce originali fatte tra l’Italia e Londra. Sono partito dalle navi da crociera fino ad arrivare a suonare con varie band, ora è questa la strada che voglio percorrere.

T. Oltre il percorso da chitarrista, quando e come nasce il Luca Fiore cantautore? C’è qualche artista che ti ha ispirato particolarmente?

L. Ricordo che, ancora prima di venire a Londra, ero ispirato da John Mayer, chitarrista allucinante, e autore di bellissime canzoni. Riesce a combinare benissimo il grande talento e la capacità di fare cose fruibili dal pubblico di tutto il mondo. Insomma, suona con BB King, ma alla fine fa pop. Prima scrivevo solo strumentali, ma avevo comunque voglia di dire qualcosa, io che amo anche solo parlare e condividere con le persone la mia esperienza. Chiaramente con la voce hai una possibilità in più. Ho sempre avuto voglia di cantare, ma sin da piccolo ero “vergognoso”, così ho rinunciato per diverso tempo, soprattutto dopo che qualcuno mi ha detto di lasciar perdere. Ma io volevo cantare, per me è diventata una sfida e ho insistito. È stato anche un po’ volere dimostrare a tutti coloro che pensano di essere “sfigati” che bisogna sempre provarci fino alla fine, prima magari di trarre conclusioni definitive.

T. Grazie alle tue capacità sei stato notato da un’importante etichetta (CandyRatRecords) che ti ha prodotto due video, sei endorser di vari importanti marchi. Eppure, andando a ritroso, sembri essere sempre stato totalmente concentrato sulla tua formazione e meno sui media e social media. Non tutti i ragazzi della tua stessa età hanno lo stesso approccio, cercando forse più la visibilità immediata, magari l’uscita di un singolo di istantaneo successo, magari un talent show. Oggi nel mondo musicale,  dove qualità e notorietà non sempre coincidono, in  cui gli aspetti del successo sono molteplici, su quale di questi credi di dover migliorare per crescere ulteriormente e considerarti un artista completo a tutti gli effetti?

L. Al momento mi piacerebbe prendermi un periodo per lavorare su nuove canzoni.  Tra l’altro, io ci impiego tanto a scrivere. La cosa su cui vorrei migliorare, forse, è quella di provare a essere sempre più comunicativo. Questo non te lo insegnano a scuola. Se un artista è in grado di catturarti, lo capisci subito, appena lo vedi. Magari lo fa con la voce, magari con altro, ma ti trasmette qualcosa. Non è facile questo, perché bisogna essere sicuri di quello che si fa, preparati tecnicamente e avere la capacità di riuscire a comunicare in quei tre minuti di canzone. Certamente un mio obiettivo è continuare a crescere anche con la chitarra e la voce perché, dopo gli anni passati a studiare e a suonare, ho voglia di continuare a esplorare e non rimanere limitato a quello che già ho imparato.

T. Stai per aprire il concerto di Dente, uno dei cantautori italiani più affermati. Qual è il tuo rapporto con la canzone italiana? Ti vedi con la tua chitarra su un palco italiano a cantare un tuo album scritto da te completamente in italiano, o ormai sei stato totalmente adottato dalla lingua anglosassone?

L. Mi piacerebbe tanto, perché con l’Italiano, che è la mia lingua, riesco a esprimermi meglio. Come accade a tutti, conosco meglio i trucchi della lingua madre.  Poi, io amo la poesia e Giorgio Gaber è uno dei miei artisti preferiti. Al momento però sto seguendo un’altra strada. Comunque non voglio pormi limiti. Amo tutta la musica, e un giorno, quando magari sarò un artista affermato, vorrei avere un’indipendenza musicale tale da poter suonare quello che voglio. Mi piacerebbe scrivere un disco solo jazz o, perché no, uno dove posso cimentarmi in vari generi, dal metal al jazz, per esempio.20170322_202216

T. Veniamo al busking. Per strada può provare a suonare chiunque. Non c’è quella sorta di distanza sacra tra palco e folla. Ma, oltre le qualità tecniche, forse ci vuole qualcosa di più per entrare nel cuore di anche uno solo che forse va di fretta. Tu cosa ci metti?

L. Ci vogliono, anche se non è detto che io riesca sempre metterceli, genuinità ed entusiasmo. Entusiasmo, perché la gente ha due secondi per vederti e deve sentirsi bene vedendo il bello della musica che c’è in te. Genuinità, perché si vede subito, non sei su un palco distante. Sei lì, in mezzo a loro. La gente ti percepisce subito. Quando suono con l’intento di prendere soldi guadagno di meno di quando lo faccio solo per il gusto di farlo. È una cosa strana, ma va sempre così.

T. Parliamo di metro e di facce. Quando suoni nella metro, le guardi mai le persone? Ti ricordi le loro facce quando te ne vai a dormire?

L. Guardo le persone, perché mi interessano. A volte, per timidezza, non guardo tutti. A volte chiudo gli occhi per concentrarmi. Però è bello vedere le reazioni, e quando riesci a creare una connessione vera, allora è bellissimo. Mi ricordo di tante facce, di quella che si è messa a piangere sulle note di Hallelujah, dei bambini che, vedendomi indossare la mia spilla “Happy Birthday”, mi hanno cantato gli auguri di buon compleanno, o la coppia che si è messa a ballare. Sì, mi ricordo di tanti.

T. A proposito di ciò, ti è mai capitato di rimanere impressionato da qualcuno che passava mentre cantavi, magari una persona con un particolare stato d’animo o qualcuno che ti ha guardato con molto interesse. Insomma, quando canti, vai dritto come un treno per la tua strada o le tue performance in qualche modo vengono influenzate da ciò che ti passa davanti?

L. Voglio leggerti un pensiero che ho scritto una volta. (Lo cerca nei suoi appunti, tra i tanti che scrive solitamente). “Mi chiedevo: che senso ha suonare in metro canzoni e canzonette quando nel mondo succedono tante cose molto più importanti, nel bene e nel male, e nessuno ti dà retta. Che cosa ci fai lì?  Io sono l’amico che ti sussurra parole dolci e ti abbraccia quando sei triste e senza speranza”.  Quando sei così, non hai bisogno di grandi cose, hai solo bisogno di qualcosa che ti faccia stare meglio e a me piace pensare che per qualcuno che mi passa davanti, io possa essere in minima parte quel qualcosa.

La chiacchierata finisce, forse nel migliore dei modi. Ci racconta che anche lui ha avuto bisogno di quel qualcosa per stare meglio qualche volta e, soprattutto, ci conferma quanto ami quello che fa.

Poi ce lo andiamo a sentire. Lui, da solo sul palco, voce e chitarra. Dedica la sua esibizione a chi ha sofferto per l’attentato di Westminster proprio quel giorno. E sì, confermiamo, la chitarra la suona molto bene. La tratta come una cosa di cui prendersi cura, sembra ci parli mentre l’accorda. E il risultato che ne viene fuori è che le emozioni ci arrivano e ci godiamo a pieno l’intera esibizione.

Poi a me non resta che fargli un augurio: Luca, continua a sudare, a suonare, a scrivere, ma sempre con questo spirito, piedi per terra e testa fra le nuvole.

 

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