di Antonio Zarrelli

Non è stato facile scrivere questo report, per diversi motivi, ma è stato bellissimo, per altrettanti diversi motivi. Capita che da un po’ di giorni ti prepari per incontrare due ragazzi, uno in rampa di lancio, e l’altro che già si è lanciato ma che saltella sempre qua e là. Ti prepari ad ascoltarli, a intervistarli e poi rimani bloccato per strada: attentato a Londra e tutto quanto ne deriva. Nonostante tutto, un po’ frastornati, arriviamo lo stesso e facciamo quello che ci piace fare: parlare di musica. Lo facciamo prima con Luca Fiore, un giovane talento italiano che si è fatto valere nelle accademie e nelle strade londinesi ( lui merita uno spazio a sé, ve lo presenteremo tra qualche giorno) e finalmente con Dente, cantautore, poeta, scrittore, timido, ironico, ballerino, con i capelli spettinati a dovere.

Quando incontri uno come Dente, non sai mai quale piega possa prendere il discorso. Arriviamo in pieno sound-check, con i Plastic Made Sofa che lo accompagnano nel tour, e lo troviamo bene Giuseppe Peveri: con una stretta di mano e una mezza pacca sulla spalla cominciamo la nostra chiacchierata e scopriamo che per lui è la prima volta in assoluto a Londra, non solo da un punto di vista artistico.

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T. Ciao Dente, una domanda diretta. In un’intervista rilasciata a “Panorama” lo scorso novembre hai dichiarato che il tuo ultimo album “Canzoni per metà” avresti voluto suonarlo in provincia, girando col furgone e cercando di suonare in più posti possibili. Già pensavi a come arrivare a Parigi, Londra, Barcellona, Madrid?

D. (sorride) Tutte in provincia di Milano queste città, tutte nell’interland milanese, no? In realtà, a parte gli scherzi, in qualche modo era programmato. Mi è sempre piaciuta l’idea di fare un tour di default europeo. Suonare nelle grandi città italiane e nella provincia, e in Europa. In fondo siamo ancora in un’Europa unita, teoricamente, ed è bello potersi esibire a Milano, Roma, Londra, Parigi, Firenze.

T. Ti si potrebbe definire un comunicatore, nel senso che il tuo approccio artistico non è limitato solo alla musica. Hai scritto anche racconti e pubblicato libri, ami le parole e ami giocarci. In un mondo dove si urla tanto e la violenza verbale è ormai consueta, hai tirato fuori canzoni “a metà”, da un lato ridotte quasi all’essenziale, dall’altro apparentemente incompiute. Qual è la ricetta per trovare le parole giuste, metterle insieme e farle arrivare a un pubblico forse poco abituato a certi modi di comunicare?

D. In realtà non ho una ricetta, non ho mai studiato una ricetta. È il mio modo molto naturale di comunicare con il mondo, che è quello pure della saturazione, quindi comunicare anche poco. Tu dici che sono un comunicatore, ma tecnicamente, come persona, sono addirittura molto timido. Ho avuto in passato difficoltà a comunicare e la musica mi ha aiutato a superarle. Quello che non riuscivo a dire normalmente lo raccontavo con la musica. Perciò sono anche un po’ criptico, tendo a nascondere significati dentro alle cose. La cosa che mi piace, forse, è comunicare a più livelli. Le mie canzoni, ascoltate più volte, posso generare diverse interpretazioni.

T. Alla fine hai registrato in studio “Canzoni per metà”. Mi è piaciuta molto la tua definizione di “scatto di lato”, riferendoti al fatto che il pubblico non avrebbe capito l’uscita di un album prodotto esclusivamente tra le mura domestiche, riconducendolo invece a un passo indietro. Nella tua fase creativa, quand’è che a un certo punto ti ricordi che oltre a te, alla tua musica, alle tue esigenze, c’è anche un pubblico di cui dover tenere conto o altri fattori  non puramente artistici?

D. Non ho mai cercato fortemente di ascoltare la voce del pubblico, anzi ho sempre cercato di evitarlo. Un po’ per protezione, un po’ perché pensavo di poter perdere della genuinità. Questo disco, in realtà, ho voluto registrarlo in studio, perché sarebbe stata una cosa impossibile farlo a casa e il risultato sarebbe stato insoddisfacente per me e certamente non pubblico una cosa che non mi piace. Anche in questo disco me ne sono fregato altamente del pubblico, nel senso che ero consapevole che sarebbe stato poco vendibile e poco fruibile, soprattutto da chi non mi conosce già. Per i pochi che mi conoscono bene, magari no, ma per uno che mi ascolta la prima volta potrebbe essere un calcio nei denti, abbastanza estremo. Non ho voluto strizzare l’occhio a niente e nessuno. L’ho fatto per sperimentare e l’ho registrato suonando tutti gli strumenti. È stato un processo interessante perché  ho capito che in futuro potrei anche collaborare con altri per progetti più grandi e fare cose più interessanti di quelle che fai quando sei solo.

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T. Di fatto hai innumerevoli progetti alle spalle, collaborazioni con i migliori autori in circolazione. Dopo essere uscito di casa nel 2006 con “Anice in bocca”, avere vissuto la scena musicale (e non) a tutto tondo, ritornando a casa nel 2016 con “Canzoni per metà”, cosa hai lasciato fuori dalla porta e cosa hai portato dentro con te?

D. Ho lasciato fuori tantissime cose, non ho portato dentro granché. Ho portato me stesso e in qualche modo il me stesso di dieci anni fa. Qui si potrebbe dire “un passo indietro”, tornando al me stesso che non pensa al pubblico e che se ne frega totalmente delle conseguenze. Quasi un nuovo disco d’esordio. La cosa bizzarra è che, per uno che ha fatto sei dischi, la scelta potrebbe essere pericolosa. Infatti, parlando di quest’ultimo, ho spesso utilizzato la parola “coraggioso”. In un momento in cui in Italia la musica va verso il grande pubblico, io ho fatto questa cosa che potrebbe sembrare un passo indietro, una cosa un po’ onanistica, ma diciamo, appunto, che è uno scatto di lato.

T. Qual è il rapporto di Dente, paroliere italiano, con il pubblico di altri paesi? Nei tour europei, oltre la presenza di connazionali espatriati, sicuramente avrai anche altri fan. Che riscontro hai della tua musica all’estero?

D. Mi piacerebbe tantissimo avere questo riscontro. Tranne la prima volta a Siviglia, dove ero l’unico italiano per un pubblico spagnolo, all’estero ho sempre suonato per gli Italiani. Questo mi piace perché è bello suonare per chi magari non può venire in Italia, ma avrei piacere di essere apprezzato anche da un pubblico straniero. Qualche fan ce l’ho pure, perfino dal Brasile mi sono venuti a sentire. Riconoscendo che per i paesi anglosassoni forse la canzone italiana non è di grande interesse, credo che paesi come Spagna e Francia possano apprezzare le cose che faccio. Ma per questo ci vuole un’organizzazione importante, un grande ufficio stampa, energie e investimenti diversi, insomma un bel salto. Per ora mi va bene anche il passaparola di quelli che mi vengono a sentire che di solito si portano dietro un amico indigeno e questo già è qualcosa.

T. Parlando di cantautori italiani di nuova generazione, se avessi l’opportunità di produrre un disco, c’è un nome sul quale investiresti e perché?

D. Non faccio nomi, nel bene e nel male, ma ci sono tanti artisti molto bravi. Fanno molte cose, diverse e anche fruibili. C’è qualcuno che magari non funziona, ma in genere possiamo trovare un tipo di musica che può essere apprezzato da grandi platee. Forse, a differenza di 15-20 anni fa, in cui la musica indipendente produceva cose più difficili da digerire oggi ce ne freghiamo di più. A parte me nell’ultimo disco (ci ridiamo). Ci siamo scrollati di dosso questa cosa del “pop”, una parola che non ci fa più schifo, a differenza della scena degli anni ’90 specialmente, dove solo a sentirla faceva quasi vomitare.

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Il locale, intanto, è bello caldo: qualche buona birra nei bicchieri – a Camden Town di certo non mancano – e il Forge attende con ansia l’entrata del giocoliere delle parole. Appena un cenno e si parte con una Canzoncina, giusto a ricordarci che i cantautori non vendono più, ma le emozioni le sanno comunque regalare. Come al solito, il ragazzo che dice di sentirsi timido trova sul palco una sinergia con il pubblico e comincia a scherzare, a giocare e a saltellare. Lancia i coriandoli sulle note di Noi e il Mattino, e poi ci canta Fatti Viva, con quell’atmosfera un po’ rétro che ti fa venire voglia di prendere la ragazza che ti sei portato e metterti a ballare con lei, in una balera d’altri tempi. Poi però la vedi la ragazza che ti sei portato e vedi tutte le altre, e quegli occhi un po’ assorti e quei sorrisi appena accennati ti dicono che anche loro vorrebbero ballare, ma forse solo con quello che è sul palco.

Canzoni vecchie e nuove si mescolano con gentilezza: Cosa devo fare, Buon Appetito, La settimana enigmatica, I fatti tuoi, Body Building, Invece tu, Geometria sentimentale si alternano a qualche simpatico scambio di battute con il pubblico, forse il momento in cui più ci si rende conto di quanto Dente ti faccia stare bene. Oggi non si poga, oggi si chiudono gli occhi, ci si lascia trasportare e ci si culla navigando in un mare di poesia e un pizzico di malinconia. A proposito di mari, anche in quest’occasione arriva il fan occasionale che stressa l’artista per ascoltare la sua canzone preferita. La “lei” in questione vorrebbe Oceano, perché solo per Oceano sembra essere venuta al concerto. Il siparietto è divertente, ma Dente oggi non se la ricorda Oceano e ci annuncia l’“ultima”, che lo sappiamo tutti non è l’ultima. La finta “ultima” è, giustamente, La cena di addio, con tanto di saluto al pubblico. Qualche minuto di break, il tempo di un affaccio  e un altro saluto a sorpresa dall’alto, prima del rush finale. La fan occasionale ancora ci spera in Oceano, ma il nostro veramente non se la ricorda, offrendoci piuttosto un mix finale di vecchio e nuovo, con la chiusura definitiva di Vieni a Vivere. Una chisura che sembra perfetta, perché questa sera ci è venuta davvero una gran voglia di stare bene, ci è venuta voglia di andare a ballare, di fare un passo avanti e, perché no, anche uno di lato. E ce ne andiamo canticchiando, nonostante tutto.

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