di Alessandra Virginia Rossi

“Le parole sono importanti” dice Nanni Moretti in una delle sue scene più memorabili. Ci confortano, ci rassicurano. È innegabile, abbiamo bisogno delle parole.
La musica italiana ha una tradizione cantautorale che ha messo bene in luce le potenzialità della nostra lingua e proprio il confronto coi grandi autori ha messo in serio imbarazzo le nuove leve. Ai tempi del mio liceo formare una band e cantare in un inglese improbabile era comunque preferibile al comporre testi in italiano. Perché la verità è che nella lingua che tutti capiscono o scrivi bene o non scrivi. Nonostante la tendenza all’inglese da cui sono partite, alcune delle migliori band nostrane, come Afterhours, Bluvertigo e Zen Circus, hanno poi visto la consacrazione col passaggio alla lingua italiana. In tempi recenti, una generazione avvilita come la mia, si è riconosciuta nei testi dei nuovi cantautori della musica indipendente. Con la crisi globale che prendeva la rincorsa per investirci fino a data ancora da destinarsi, nel 2007 un disco come “Canzoni da spiaggia deturpata” firmato Vasco Brondi, più che rimanere ostico per i suoi accostamenti quantomeno bizzarri, ha stimolato la fantasia e la curiosità di un pubblico affamato di significati, non più univoci, ma che potessero estendersi alle sensazioni più intraducibili. Questo passo verso una composizione in italiano più libera ha soddisfatto il bisogno, da tempo trascurato, di un’intera generazione: identificarsi e sentirsi di nuovo rappresentati e ascoltati.
Nel contesto attuale si ricercano testi efficaci quanto più sintetici e allo stesso tempo lapidari, ma si va anche verso un pop raffinato che sia meno denso di significati forzatamente profondi. In giro per la rete si trovano bellissime fan art che congelano in un disegno minimal i frammenti delle più belle liriche contemporanee. Il frammento, il verso breve, l’immagine. Quello della sintesi è un po’ il vizio dei nostri tempi, che corrono al ritmo con cui scrolliamo la home di Facebook e forse passa inosservato che a sostegno dei bei testi c’è dell’ottima musica. Anch’essa sa essere contenuto tanto quanto un bel concetto. Ci sono progetti musicali, interamente strumentali, la cui voce fa a meno delle parole.
Maestro del genere è Adriano Viterbini che, oltre a militare nel duo garage rock Bud Spencer Blues Explosion, da solista porta in Italia un blues arricchito di suggestioni lontane. “Goldfoil”, con quello slide che fa sognare, risveglia un sopito istinto di esplorazione che ci riscopre pronti a inseguire nuovi cammini. Ideale per progettare un viaggio, anche solo mentale, purché rigenerante. Il successivo, “Film O Sound”, pubblicato da Bomba Dischi come il precedente, assorbe anche suggestioni più esotiche dall’universo musicale africano e comprende una collaborazione con Bombino oltre alla presenza di Alberto Ferrari dei Verdena (unico brano cantato) e Fabio Rondanini (Afterhours e Calibro 35).

Irrinunciabile è Andrea Ruggiero per il legame tangibile e unico tra artista e strumento che la sua musica mette in scena. Noto per le collaborazioni con i migliori del rock alternativo italiano ma anche internazionale, le sue linee melodiche hanno addolcito i palchi dalle sonorità più dure. Attesissimo e lietissimo sarebbe un primo album ufficiale del suo progetto solista, “Kruscev”. Già a partire dal nome, decisamente evocativo, la forza vitale del sound di Ruggiero arriva potente come una fitta nevicata sulla Piazza Rossa. Un suono che corre su lunghe distanze e riempie grandi spazi, a tratti folk, leggero ma anche aggressivo, puro e al contempo imponente. Almeno da quanto si è potuto assaporare live, il progetto sembra mettere il violino finalmente al centro ma sempre tra arrangiamenti noise ad esaltarne il carattere. Il singolo Jörg saprà darvi il giusto assaggio.

Intorno alla magia nordica di Kruscev orbitano artisti attivi anche in parecchi progetti paralleli, non ultimo il bellissimo esordio di Motta. Per questo è d’obbligo citare Poppy’s Portrait, progetto nato nei primi anni 2000, ad opera di Giorgio Maria Condemi, Francesco Cerroni e Nino De Natale ma che si avvale, in tempi più recenti, anche della batteria di Cesare Petulicchio (BSBE). Poppy’s Portrait propone un rock psichedelico frutto della libera comunicazione fra generi. Rivela passione per il buon vecchio prog ma non resiste a un rock più incendiario e grezzo figlio della contemporaneità.

Sull’onda di superband strumentali, sebbene non abbiano bisogno di presentazione, come non (ri)citare i Calibro 35 e La Batteria entrambe ispirate e affezionate allo scenario retro anni ’70 con tutto quello che quel periodo porta con sé: cinema noir e polizieschi, colonne sonore storiche e malavita romana.

 

Cambio di atmosfere, infine, con Andrea Faccioli, in arte Cabeki, presente anche nel nuovo disco dei Baustelle. La sua macchina musicale costruisce un dialogo vivace tra chitarra (elettrica o lap steel), curiosi strumenti esotici a corda da lui stesso riadattati, uno stylophone e software d’ultima generazione. L’ultimo disco è “Non ce la farai, sono feroci come bestie selvagge” e live, Cabeki, crea mondi in cui vorrete decisamente entrare.

È senz’altro vero quello che canta Brunori nell’ultima grande prova di composizione italiana che è l’album “A casa tutto bene”. Vogliamo “canzoni emozionanti, che ti acchiappano alla gola senza tanti complimenti […] da cantare a squarciagola, come se cinquemila voci fossero una sola”. C’è una voce però da non trascurare, quella senza parole, quella della musica da immaginare.

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