di Claudia Casali

Il  bianco è uno dei miei colori preferiti. È puro, candido e racchiude al suo interno tutti i colori dello spettro elettromagnetico. È il colore della neve, delle nuvole e di alcune stelle. Come quelle che nelle sere più limpide brillano nel cielo. Quelle che ci lasciano col fiato sospeso e col naso all’insù a “guardare per aria”. E ci fanno sognare e riflettere. Sarà il nome, ma l’ultimo lavoro di Alberto Bianco è un disco pieno di sogni, stelle e ottimismo. “Guardare per aria” è un vero inno alla vita, alla diversità e alla felicità. Con le sue nove tracce il cantautore torinese lascia spazio ai sogni e alle incertezze. Apre le porte a un futuro che fa paura, ma che si può affrontare con la giusta dose di ottimismo attraverso le esperienze del passato e ricordi.

Ammetto di avere un debole per Bianco. Le sue canzoni rispecchiano molto il mio carattere e il mio modo di vedere le cose e la vita. Per questo attendevo impaziente l’album, certa di sentire brani che sarebbero entrati nella mia testa. Ma come ogni volta ho dovuto aspettare per rendermi conto della magia creata all’interno dell’ellepì. Le canzoni di Bianco sono così. Le apprezzi da subito, ma ti accorgi di amarle solo dopo diversi ascolti. Brani che suonano come una dolcissima ninna nanna, ma che in realtà affrontano temi molto più complessi di quanto possa sembrare a un primo impatto. Come ne Le stelle di giorno in cui viene affrontato, con una dose di infinita dolcezza, il tema dell’amore omosessuale. O come in Drago in cui gli incubi e la paura ,che “è fatta di niente”, vengono contrapposti a un drago, che rappresenta la felicità.

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Il disco, il terzo per INRI Records, è stato definito come l’album della maturità di Bianco. Con la testa rivolta verso le stelle, il cantautore torinese inizia il proprio viaggio verso la recherche. Questa ricerca viene condivisa con alcuni degli artisti del panorama musicale italiano a lui molto cari. A partire da Levante che porta il suo carattere all’interno di Corri corri, dolcissimo battibecco musicale. O in Almeno a Natale in cui Bianco canta insieme a Matteo De Simone, voce dei Nadàr Solo, gruppo che ritroviamo in tutto il disco. Alessio Sanfilippo ha suonato infatti tutte le batterie e Federico Puttilli ha prestato la sua chitarra. La scena torinese risulta, così, benpresente all’interno dell’album.

Grazie alla sua collaborazione con Niccolò Fabi ritroviamo anche un po’ di scena musicale romana. Come in Le dimensioni contano, brano fresco e spontaneo registrato proprio a Roma con Niccolò. Scena romana che si ripresenta con Margherita Vicario con la quale ha reinterpretato, in due mini live visibili su youtube, Le stelle di giorno e Quello che non hai. Infine il riferimento esplicito ai Tre allegri ragazzi morti in Volume.

Tra tutte Aeroplano è quella che preferisco. Affrontare un viaggio e capire di avere un nuovo punto di vista sulle cose e sulla vita. Una canzone d’amore, che parla di paure, famiglia e condivisione, senza cadere nell’ovvio o in atmosfere troppo smielate. Infine Filo d’erba. Traccia che apre l’album e da cui viene ripreso il titolo “Guardare per aria”. Crea da subito quell’atmosfera che incanta e che caratterizza l’intero lavoro. L’immagine di questo filo d’erba che non vuole piegarsi alla realtà è molto poetica e allo stesso tempo d’impatto, tanto da non riuscire a togliersela dalla testa.

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Voglio immaginare che il filo d’erba cantato da Bianco nel suo brano sia lo sia lo stesso che ha ispirato lo studio architettonico Cino Zucchi Architetti per la realizzazione del nuovo magazzino automatico Pedrali. “Filo d’erba”, il nome di quest’architettura realizzata in provincia di Bergamo,  è una struttura che deve il suo nome al rivestimento esterno. I pannelli coibentati, in color alluminio naturale, sono infatti sovrastati da semplici profilati anch’essi di alluminio. Attraverso una combinazione di linee verticali ed oblique, questi profilati generano, sulla superficie, dei giganteschi fili d’erba. Queste lamelle con lunghezze, direzioni e tonalità di verde diverse, creano uno spettacolo visivo a forte impatto scenografico. Generano così ombre e variazioni cromatiche che la natura nelle diverse ore del giorno è solita regalarci.

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La volontà di utilizzare queste lamelle è per contrastare il perfetto meccanismo robotico, presente all’interno della struttura, con la diversità paesaggista dell’ambiente circostante, rappresentato proprio dal filo d’erba. Se Bianco invita a guardare per aria, cercando di trovare proprio lì le cose belle della vita, con questo progetto CZA vuole invece guardare verso il paesaggio circostante, verso i campi infiniti che lo circondano e verso le molteplicità della natura.

“E noi qui in silenzio a guardare le stelle
che un po’ ci invidieranno
perché poi in fondo sanno
che è meglio guardare per aria che a terra”

Bianco – Filo d’erba

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