di Michele Canarino

Insonnia. È un termine strano, non riuscirei a dargli un solo significato. Io non mi definirei insonne, perché dormo tantissimo e in tanti mi rimproverano questo vizio. Però mi capita di addormentarmi tardissimo, sempre. Ad esempio, non ricordo l’ultima volta che mi sono addormentato a mezzanotte di mia spontanea volontà. Da quello che ho potuto intuire però, non è un problema solo mio, ma di molti universitari. E sempre da quello che ho potuto intuire, quasi tutti combattono l’insonnia allo stesso modo: YouTube e Wikipedia.

C’è stata una notte di gennaio durante la quale non riuscivo proprio a prendere sonno. Di solito guardo delle clip sull’NBA o video complottisti su Game of Thrones. Quella volta però, tra i suggerimenti, mi è apparsa una canzone di Ghali, rapper italo-marocchino. L’ho ascoltata e mi è piaciuta così tanto da voler approfondire il tema della scena rap italiana targata 2016. Sinceramente, avrei anche potuto evitare.

Non mi piace criticare negativamente la musica in genere. Poi, a dirla tutta, sono uno di quelli che quando non sono in grado di fare una cosa, non trovano motivo per parlare male di quelli che invece provano a farla. Però, a volte, ci sono delle cose che non riesco proprio a sopportare e che mi tirano fuori un giudizio negativo difficile da reprimere. La mancanza d’impegno è una di queste.

Dark Polo Gang, Sfera Ebbasta, Enzo Dong, sono solo alcuni dei “frontman” di questa nuova generazione di rapper italiani. Il problema non sta nel fatto che io non riesco a farmeli piacere, quanto nel fatto che dalla loro musica traspare una totale mancanza di impegno: i temi sono sempre uguali, le basi sono sempre le stesse, i testi sono autoreferenziali e nella maggior parte dei casi non hanno nemmeno senso.

Il caso ha voluto che io li abbia ascoltati per la prima volta attraverso YouTube, canale che rappresenta la vera e propria forza di questa ondata di personaggi. Non a caso, nella diatriba Fedez/J Ax versus Guè/Marracash, si è fatto più volte riferimento alle views su YouTube, che in  un ambito musicale ideale dovrebbero e potrebbero contare meno di zero. Tant’è, i tempi corrono,  il mercato si evolve, Rovazzi ha milioni di visualizzazioni e dei Sangue Misto se ne sono dimenticati quasi tutti.

Il caso, sempre lui, ha voluto che durante gli stessi giorni, in rotazione sul mio iPhone ci fosse Murubutu, con il suo “L’uomo che viaggiava nel vento e altri racconti di brezze e correnti”. Murubutu, al secolo Alessio Mariani, non rientra nella definizione standard di rapper.

Ha più di quarant’anni e, oltre alla sua attività artistica, è un insegnante di Storia e Filosofia in un Liceo. Ha due figli, niente felpe della Supreme, niente bandane, niente mix sprite e codeina. Le sue canzoni sono dei veri e propri racconti in rima, sciorinati velocissimi su basi spesso cupe. I riferimenti al suo background li puoi trovare in tutte le sue canzoni: la storia, l’arte, la letteratura, i classici e la mitologia. Ha detto di sé che quando arriva a scuola Murubutu entra in classe sotto il controllo del prof. Mariani. Gli studenti gli chiedono spesso informazioni sui suoi testi e anche autografi. Alle prime risponde senza problemi, in quanto, viste le sue ispirazioni, è un ottimo spunto di scambio formativo. Rifiuta di firmare autografi, invece, perché non c’è nessun motivo per cui il Prof. Mariani debba fare autografi*.

Ulteriore conferma del suo essere fuori da ogni categoria individualizzabile ce la dà anche la sua scelta di creare le copertine dei suoi album come fossero quelle di libri, con un riquadro bianco nella parte centrale a riportare titolo e autore.

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Il suo ultimo lavoro parla di vento, di marinai, di viaggi. Parla delle donne, mostrando ancora una volta quanto queste siano al centro del processo creativo di tanti artisti. La voce roca di Murubutu negli anni non è cambiata, il suo stile di scrittura non si è mai adattato alle tendenze del momento, è un modo di resistere al tempo che scorre. Ritornando al mio non volere criticare chi fa, io che non faccio, in questo caso, a differenza della mancanza d’impegno di altri già citati, ho invece notato un’attenzione ai dettagli fuori dal comune. Ma Murubutu è anche un personaggio fuori dal comune nel suo rapporto con i fan. In uno dei suoi ultimi concerti c’era talmente tanta gente fuori dal locale, forse più che dentro, che lui, anziché fregarsene e fare il suo semplice dovere, ha deciso di tenere un altro concerto per quelli che non avevano potuto assistere al primo.

“L’uomo che viaggiava nel vento […]” parla di persone, ma lo fa in un modo semplice e col giusto distacco, sempre raccontando le cose dal proprio punto di vista, mai parlando di sé, mai autocelebrandosi. È in questo modo di affrontare i versi e le rime che si manifesta il punto di scontro tra il rap di oggi e il rap di qualche tempo fa: da un lato artisti in grado di raccontare storie senza mai mettere in mostra il proprio ego, dall’altro ragazzini che fanno a gara a chi ce l’ha più lungo. Non che mi dispiaccia il rap cazzuto e con le basi pompate al massimo, ma alla fine, senza contenuti, tende a stancare.

Il primo pezzo che ho ascoltato, per vie traverse tra l’altro, è stato Levante, che contiene una strofa di Dargen D’Amico e un’altra di Ghemon. Per me è stato come tornare indietro  di qualche anno, quando Dargen non aveva pubblicato “Bocciofili” e Ghemon ancora faceva il rapper in tutto e per tutto. Erano i tempi in cui il rap non era trendy, nessuno di loro era fidanzato con le fashion blogger e se ti mettevi un New Era magari ti prendevano pure per il culo. Ma il tempo scorre, le mode passano.

Grazie Murubutu, per la lezione di stile.

*http://www.barrediplutonio.com/2013/10/25/intervista-murubutu-ai-miei-alunni-spiego-le-mie-canzoni-niente-autografi/

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