di Antonio Zarrelli

 

Mamma mamma dammi cento lire che in America voglio andar…

L’America…

1986, me lo ricordo bene. Il primo anno che presi il pulmino. Era grigio, almeno le parti che non erano piene di ruggine, e aveva i sedili rosso bordeaux. Ricordo che aveva un odore strano e una delle prime cose che feci il primo giorno che ci salii fu di premere un dito contro la spugna che veniva fuori dal sedile lacerato. Ogni volta che il pulmino partiva mi giravo e vedevo mia madre restare ferma a guardare nella nostra direzione. Eravamo una decina di bambini, la porta scorrevole traballava a ogni buca, ogni tanto si apriva da sola durante il tragitto. Alla guida c’era lei, a dire il vero ci ho messo qualche giorno a capire che era lei. All’inizio ero convinto che fosse un uomo. Scarpe e pantaloni come quelle che portavano gli uomini. Camicia bianca, come quelle che portavano gli uomini. Capelli piuttosto corti tirati dietro col gel, come quelli che portavano gli uomini. La voce severa non aiutava, talmente era rauca dal fumo di sigarette che ogni giorno ci annebbiava e soffocava. Quando aspettava che uscissimo dall’asilo la vedevi camminare un poco incurvata, pensierosa, andava avanti e indietro con una mano in tasca e la sigaretta portata alla bocca tra il pollice e l’indice. Le poche volte che non fumava se le metteva in tasca tutte e due. Per me era un uomo con una faccia piena di rughe. Il primo dubbio lo ebbi quando la mia maestra lo chiamò “mamma”.

Sia all’andata che al ritorno da scuola si metteva a cantare e ci faceva cantare strane canzoni, che ho scoperto tanto tempo dopo essere canzoni popolari di un’Italia che non avevo mai conosciuto. È stato in uno di quei tragitti giornalieri che l’ho sentita nominare per la prima volta… l’America. Si cantava una canzone di una che voleva 100 lire dalla mamma per andare in America. Parlava di una mamma disposta a darle queste 100 lire ma a patto che restasse, di fratelli che invece consigliavano di andare, di un bastimento che si sprofondò, di pescatori che dovevano ripescare la tizia, di sangue e balene affamate. E alla fine una sorta di pentimento riferendosi alle verità della mamma e all’inganno dei fratelli. Quando hai quattro anni non pensi alla morte, ma faceva comunque uno strano effetto cantare questa cosa. Io non so perché, ma mi ci rivedevo a volere andare in America, perché 100 lire ce le avevo avute già, ma anche 200 a dirla tutta. La figura della mamma per me era una sola, la mia, e poi mi immaginavo i miei fratelli che dalla finestra partecipavano al tutto. Tralascio i miei pensieri sulla seconda parte della canzone, perché erano un misto di curiosità verso i fondali marini e di paura di essere mangiati da una balena. Ad ogni modo l’America, ancor prima di scoprire che ne avevo di parenti sparsi dall’altra parte del mondo, me l’aveva fatta conoscere lei, Gina la Sceriffa, come tutti la chiamavano.

La nuova rubrica di Talassa parte così, da un ricordo, o meglio da un racconto, e andrà a finire in un libro e, tra una parola e l’altra, qualche buono spunto musicale ci farà da atmosfera. Proveremo nei mesi a venire a immaginarci personaggi o a raccontare qualche aneddoto collegati per le più svariate vie alla letteratura. Proveremo a darvi uno spunto per leggere e, perché no, magari per rileggere qualche libro e, soprattutto, proveremo a farci entrare la musica.

Per iniziare il nuovo viaggio tra le acque dei nostri oceani cosa c’è di meglio del monologo teatrale Novecento di Baricco? Una poesia in alto mare. Una storia di quelle a cui è difficile credere, ma che in qualche modo ti entrano dentro e tu lo sai, forse solo tu, che è veramente accaduta. Dato il suo scopo iniziale, anche se poi edito da Feltrinelli, non risulta difficile da leggere. Una quarantina di pagine che volano veloci almeno quanto il piroscafo Virginian sulle onde dell’Atlantico. Onde dell’Atlantico dove passa tutta la sua vita Teddy Boodmann TD Lemon Novecento, orfano nato e trovato sulla nave che conoscerà il mondo solo grazie agli occhi e alle parole di chi lo attraversa da una parte all’altra. Un giorno, forse, lo vedrà di persona quel mondo, ma dalla nave sarà difficile scendere. Novecento è il pianista dell’orchestra, uno che sembra che abbia avuto il dono direttamente dal dio del mare, tanto che le sue dita sui tasti del pianoforte creano melodie che attraversano ogni angolo, anche il più nascosto, del transatlantico per trasformarsi in echi portati dal vento e arrivare col sapore di leggenda fino alle orecchie di chi sta sulla terraferma, di chi non ci crede che possa esserci uno così bravo. Sapore di leggenda, come di quegli antichi marinai e guerrieri le cui imprese di terra in terra, di mare in mare, di bocca in bocca, di padre in figlio arrivavano alle persone coi nomi di Ettore e Achille, di Ajace e Ulisse. E a raccontarcelo in prima persona questo personaggio è il trombettista dell’orchestra, unico forse a potersi definire suo amico.

Ognuno si fa emozionare da quello che legge come meglio crede. Per me Novecento è importante, innanzitutto, perché ho ricordato Gina la Sceriffa e le 100 lire, e non è poco. Se un libro ti tira fuori qualcosa nascosto negli angoli bui della mente ha già di per sé un valore assoluto. E allora ci ripensi a quelle 100 lire, e magari l’America ce l’avevi stampata anche tu negli occhi sin da quando eri nato. E poi quella parte di cui ho avuto spesso bisogno, non sei veramente fregato fino a che hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla. E poi ci sono i macchinisti, il capitano, l’Atlantic Jazz Band, i nomi buffi dei cavalli da corsa, e poi c’è il gigante buono Teddy Boodmann e il suo trovatello Teddy Boodmann TD Lemon Novecento. E poi c’è la terza classe e quello che la vede per primo l’America. E poi c’è il mare, la tempesta, la musica più bella del mondo, e poi c’è che se non sai cosa stai suonando, allora è jazz. E poi c’è la tromba, il pianoforte, il whisky e le sigarette. E poi ci sono il ragazzo dagli occhi di ghiaccio così difficili da imitare e il fuochista di De Gregori, i profeti e le balene di Capossela e poi ci sono le brezze e le correnti di Murubutu e l’infinito e il naufragare di Leopardi. E poi c’è Talassa, e poi ci sono io con le mie 100 lire, c’è mia madre, i miei fratelli e Gina la Sceriffa. Insomma, in Novecento di Baricco ci sta l’America.

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