di PHIL.

Oggi voliamo negli anni ’80, esattamente alla metà. Torniamo al 1985, in Inghilterra, a Londra, dove un giovane jazzista e tastierista si innamorò della musica elettronica e decise di creare un pezzo più unico che raro, fatto di drum machine (la mitica Roland TR-808), synth e campionamenti molto particolari che lo fecero poi diventare un inconsapevole precursore dell’acid house.

L’eccentrico Paul Hardcastle decise, infatti, di scrivere una traccia sulla guerra in Vietnam che, per quanto fosse ormai terminata da un pezzo, era ancora atrocemente viva nei ricordi di tutto il mondo. Pertanto, decise di trattare l’argomento alquanto delicato inserendo nel brano numerosi samples vocali (spesso distorti o pitchati, cosa alquanto insolita e bizzarra per quel tempo) tratti da notiziari e documentari dell’epoca riguardanti il conflitto vietnamita, oltre a squilli di tromba militare, spari, esplosioni e il trambusto della folla in fuga.

Non pago  ̶   anche a causa della mancanza di una band in grado di eseguire la canzone nata in studio  ̶  decise di piazzarci sopra un bel videoclip composto da spezzoni tratti dagli stessi documentari e da filmati originali della guerra e condì il tutto con un titolo che nasconde un messaggio forte, provocatorio ed inquietante: 19.

Diciannove. L’età media dei soldati statunitensi che erano stati impegnati su quel terribile campo di battaglia.

Le parole dello stesso Hardcastle a proposito di quale fosse stata la sua fonte d’ispirazione non hanno bisogno di ulteriori commenti: “Ciò che mi ha colpito è come siano stati giovani i soldati quando sono morti: in quei documentari si dice che la loro età media sul campo di battaglia era di diciannove anni. Io ero fuori a divertirmi nei pub e nei club quando avevo 19 anni e non nella giungla ad essere ucciso”.

Ciò che però probabilmente il nostro Paul non avrebbe mai immaginato fu che, subito dopo la pubblicazione, 19 avrebbe scalato tutte le classifiche di musica pop britanniche raggiungendo il primo posto e mantenendolo per ben cinque settimane. Per un lungo lasso di tempo sarebbe poi stato anche il singolo più venduto in tredici paesi del mondo, anche grazie al fatto che furono registrate più versioni del brano in varie lingue oltre all’Inglese come il Francese, lo Spagnolo, il Tedesco e il Giapponese.

Insomma, un successo planetario assolutamente imprevedibile che proiettò la sua popolarità alle stelle. Successo che, come spesso accadeva soprattutto nei magici ‘80, non venne tuttavia mai bissato e così Hardcastle con la sua 19 diventò e rimase una cosiddetta one-hit wonder (termine con cui nell’industria musicale viene definito un artista o un gruppo noto al grande pubblico per un solo singolo).

Col successo arrivarono, però, anche i problemi in quanto il riff del sintetizzatore pareva essere molto simile alla melodia della sezione finale della prima parte di Tubular Bells di Mike Oldfield. Per questo motivo Hardcastle venne accusato di plagio e costretto ad inserire il nome di Oldfield tra gli autori, onde evitare guai peggiori. Ascoltare per credere.

Plagio o non plagio qui possiamo vedere l’autore in studio alle prese con macchine, mixer e strumenti vari nel making of della sua hit: il ritornello della canzone, la ripetizione di  quel n-n-n-nineteen , è stato creato a causa delle limitazioni dalla qualità del campionamento utilizzato. La E-MU Emulator poteva infatti ripetere il campionamento al massimo per appena due secondi.

Quando sono anche i limiti a forgiare successi che hanno in qualche modo cambiato la rotta della musica elettronica per arrivare integri fino a noi.

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