di Alessandra Virginia Rossi

Non ci stanchiamo mai di raccontare storie. E tanto più queste sono volutamente oscure, contraddittorie e irrisolte meno abbiamo voglia di smettere.
“L’origine del racconto risale alla notte dei tempi” così diceva la mia (abbastanza terrificante) professoressa di Latino al liceo. Ad affascinarmi era proprio quell’immaginario notturno, oscuro, l’origine irrintracciabile, ormai, a cui risale la nostra fame di storie. E la notte del profondo sud degli Stati Uniti custodisce drammi irresistibili.
Negli USA degli anni ’50 – ’60 sono molto in voga le murder ballads e le teen death songs, un sottogenere che deve molto al folk degli Appalachi e al country western che non ha mai disdegnato le sfumature dark. Alcuni testi di Johnny Cash, Willie Nilson e Lyle Lovett hanno poco da invidiare alle cruente nozze di sangue di Kill Bill (è chiaro, ormai, quanto Quentin Tarantino sia un amante del genere). Spose uccise alla vigilia del grande giorno, insensati gesti estremi e sbornie sfociate in assassini. Nel 1967 il brano Ode to Billie Joe di Bobbie Gentry scala le classifiche. Durante quella che viene ricordata come the long hot summer, proprio mentre la guerra in Vietnam è all’esasperazione e le rivolte degli afroamericani infiammano Detroit e Newark, Bobbie Gentry racconta la storia dell’indifferenza di una famiglia riunita a cena. Il giovane Billie Joe McAllister si è gettato dal Tallahatchie Bridge la notte precedente. Solo la narratrice, la più giovane tra i figli, sembra aver perso l’appetito. Qualcuno l’ha vista al mattino proprio su quel ponte, proprio in compagnia di Billie Joe, mentre gettavano qualcosa nelle acque del fiume…

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Bob Dylan non manca di notare il successo di questo brano e ne propone una parodia, assecondando anche una tradizione del rock n’ roll, quella delle answer songs. In risposta a Ode to Billie Joe, in “The Basement Tapes”, Bob Dylan and The Band incidono Clothes line saga. Una storia di indifferenza analoga che, stavolta, si svolge non più attorno alla tavola, ma sotto il filo dei panni stesi ad asciugare.


“Have you heard the news”, he said with a grin
“The vice-president’s gone mad”
“Where?”, “Dowtown”, “When?”, “Last night”
“Hmm”, say, “That’s too bad”
“Well, there’s nothin’ we can do about it”, said the neighbor
“Just some we gonna have to forget”
“Yes, I guess so”, said Ma
Then she asked me if the clothes were still wet.”

Nel brano di Bob Dylan, che ama essere sottilmente dissacrante, non muore nessuno. Il vice-presidente è impazzito. È solo un altro politico che farnetica. A morire qui è un po’ la coscienza di tutti. Clothes Line Saga si conclude nell’indifferenza: An’ shut all the doors. Senza spargimenti di sangue, ma forse con danni peggiori. Desolazione, abbandono, alcolismo, pazzia, povertà. L’America più remota è anche la più affascinante.

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La sinistra Louisiana della serie tv True Detective ne ha dato prova e The Handsome Family, che ne ha firmato il meraviglioso tema d’apertura, è il duo che fa al caso nostro. Le canzoni dei due coniugi di Albuquerque sono fatte di puro mistero e voci narranti coinvolgenti. In The Bottomless Hole tutto il gusto del Southern Gothic si manifesta in una scena raccapricciante. Il protagonista di questa storia è un uomo apparentemente felice che vede spalancarsi nel fienile di casa sua una voragine senza fondo. Per sfida (o per qualche inconfessata disperazione) decide di calarsi in quel mistero senza ritorno, abbandonando una vita che sembrava serena. Forse non abbastanza. Il motivo della sua ossessiva ricerca rimane aperto alle interpretazioni. Il punto, in queste storie è che non c’è un punto.

 “I’m not sure if there’s a point to this story
But I’m going to tell it again
So many other people try to tell the tale
Not one of them knows the end”

Scrivono Jack White e Brendan Benson, The Raconteurs, nella loro Carolina Drama. Un brano maledetto e poetico, soprattutto nel bridge corale e in quell’irresistibile voce femminile che ritorna in sottofondo, nei break e che conduce l’ascoltatore nelle buie atmosfere di questa haunting story. Altro stato del Sud americano, altra storia, altro assassinio. Altro finale aperto. Perché che senso avrebbe tramandare una storia sempre uguale a se stessa, che non abbia niente di nuovo da raccontare? È l’ingrediente più gustoso dello storytelling, l’idea che niente sia certo, a stimolare la fantasia.

 

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