di M.C.

Ero a Parigi due settimane fa. Mi trovavo in metro e fuori c’era un cielo grigio, ma non prometteva pioggia. Più tardi, mi avrebbero detto che si tratta del clima tipico della capitale francese. Ora sono quasi certo sia così. Ho vissuto l’esperienza parigina cercando di essere molto attento ai dettagli; volevo mi rimanesse impresso in testa il più possibile.

Dicevo che ero in metro. Prima di partire avevo preso qualche nuovo album da ascoltare durante il viaggio e stavo per mettermi le cuffie. Di fronte a me ho notato una ragazza, capelli scuri, occhi azzurri, parka verde e maglioncino a righe bianche e blu. Aveva il cellulare in mano e stava chattando con qualcuno. Mentre premo “play”, lei inizia a piangere, in silenzio, senza dare nell’occhio.

Credo che oltre a me non se ne sia accorto quasi nessuno, se non il ragazzo in giacca e cravatta seduto a fianco a lei.

Mi sono bloccato in quel momento. Ero incredulo. Non riuscivo a capacitarmi di come una chat di WhatsApp potesse influenzare così tanto le emozioni di una persona. Non riuscivo a concepire il fatto che una sensazione così forte e ancestrale come il pianto potesse essere indotta da un prodotto di consumo quale è il cellulare. Due cose che non dovrebbero avere nulla in comune, come la tecnologia e le emozioni umane, si stavano fondendo di fronte a me.

In cuffia era partito “22, A Million” dei Bon Iver. Il quadro si è dipinto da solo.

Il nome del gruppo deriva dal francese bon hiver, che significa letteralmente buon inverno. Io li ho conosciuti ascoltando una loro cover di Skinny Love, che se non l’avete ancora ascoltata, adesso è assolutamente il momento di farlo.

“22, A Million” è il loro terzo lavoro, scritto e prodotto da Justin Vernon, il frontman.

La prima cosa che mi ha colpito, anche prima dell’aspetto musicale, è stata la cura dell’artwork e dei titoli. Li ha messi a punto Eric Timothy Carlson, artista di Brooklyn. In un’intervista ha raccontato che inizialmente i titoli delle canzoni non erano altro che numeri multipli e che la cover dell’album è una raccolta di simboli presi da una serie di culture diverse. Il primo aspetto da considerare di questo lavoro è proprio questo: una sorta di contrapposizione tra la musica, arenata alla terra e alle camicie di flanella di Vernon,  e la grafica che guarda al simbolismo, quasi all’esoterismo.

Il secondo punto di collisione è dato dai vocali che si scontrano con le produzioni musicali. I Bon Iver sono da sempre vicini a una specie di new folk e anche nel loro terzo lavoro questa componente è in qualche modo presente.  Ciò che differisce è il modo in cui la voce di Vernon è lavorata, modificata e campionata. C’è un mix di moderno e di antico in “22, A Million”, qualcosa di difficilmente inquadrabile, che lo rende tremendamente interessante. Ancora una volta, come dovrebbe essere per tutti gli artisti, sono i dettagli a fare la differenza, e qui sono curati alla perfezione.

Grazie Justin, grazie Bon Iver, grazie ragazza parigina. A volte le cose devono scontrarsi.

 

Annunci