di M.C.

LA FINE

L’ultimo anno di corsi. Non so nemmeno cosa significa per me, non saprei spiegare nei dettagli la sensazione. La fine della scuola superiore porta con sé una malinconia tremenda, ma è anche eccitante. Gli esami di stato, la classe che si divide, è tutto strepitoso e allo stesso tempo triste. Nel mio caso si trattava anche dell’iniziare a vivere lontano da casa. Non un problema per me, dato che ho sempre saputo cosa fare. Nel senso che, prima di finire le medie già sapevo che sarei andato all’Istituto Commerciale. Finita la scuola superiore, sapevo che avrei fatto Economia. Ora non ho la minima idea di cosa succederà nella mia vita. Non vivo nel posto da cui provengo da cinque anni, non saprei cosa fare lì. La mia vita a Napoli è sempre stata quella di uno studente, non so se sarei in grado di lavorarci. Il resto è tutto un enorme punto interrogativo. Forse è questo che non sono in grado di spiegare: il buio che ho davanti.

DEI VENT’ANNI

Per me i 25 anni sono una linea di divisione. Inizi a essere più vicino ai 30 che ai 20. Se tutto va bene, li compirò ad agosto 2017 e ne sono quasi spaventato. La verità è che sono ancora un ragazzino, che si comporta spesso da ragazzino. Nelle relazioni umane, come nella vita di tutti i giorni. Il problema è che la maggior parte dei miei coetanei si comporta allo stesso modo e non vedo molti cambiamenti all’orizzonte. “Cambiamento” è la parola giusta. Le coppie che non si lasciano quasi mai, le gambe che iniziano a scricchiolare dopo il calcetto, gli hangover che durano un giorno intero, le persone che vanno via per non tornare più. Quando hai vent’anni pensi che le cose durino per sempre, invece nel giro di poco tutto sotto sopra. Io me lo sono scritto addosso, per ricordarmi che è e sarà l’unica costante della mia vita. E tutti dobbiamo affrontarlo.

MOTTA

Spesso ho sentito parlare di Motta, c’è chi ne parla bene e chi ne parla male. Intanto lui si è portato a casa una targa del Premio Tenco 2016. Non avevo mai ascoltato nulla di suo, e ammetto che l’album me lo sono fatto passare, si chiama “La Fine Dei Vent’anni”. Il titolo mi ha colpito subito, ma non pensavo che avesse centrato il bersaglio. Però lo ha fatto, credo di essermi un po’ commosso ascoltandolo. Naturalmente non c’è un modo univoco di interpretare il decennio tra i 20 e i 30 anni di una persona, ma sfido chiunque a non riconoscersi in almeno uno dei suoi testi. Gli amori non corrisposti, le grandi città, il tempo che passa, il fatto che le delusioni vadano superate, la felicità. Inoltre, ancora una volta i testi vincono sugli arrangiamenti. L’album può sembrare tutto uguale a un primo ascolto, ne servono almeno un paio per capirlo. Ma le parole ci sono e sono profonde, ci si rivede dentro un po’ tutto quello che ci sta succedendo. Abbiamo vinto un’altra guerra è il mio pezzo preferito. Io non ne ho vinte molte di guerre, c’è chi ne ha vinte più di me e chi ne ha vinte meno. La realtà è che ce ne saranno altre più grandi, più lunghe, più difficili. E c’è bisogno di farsi trovare preparati. Grazie Motta, mi hai capito.

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