di Claudia Casali

KENZŌ TANGE, Yoyogi National Gymnasium (Tokyo,1964)

Si sono conclusi ormai da due mesi i Giochi della XXXI Olimpiade che hanno visto l’Italia trionfare in diverse discipline; tra addii, conferme, delusioni e novità, i riflettori italiani sono stati puntati sulla tuffatrice Tania Cagnotto la quale, proprio al termine dei giochi olimpici, ha detto addio al mondo dei tuffi. Oltre ad averci regalato grandi soddisfazioni, Tania ha conquistato il popolo italiano grazie al suo rapporto speciale con il padre Giorgio che, magari oggi più noto come suo allenatore, è stato anche un ottimo atleta. Giorgio Cagnotto e Klaus Dibiasi, suo grande amico-rivale, hanno fatto sognare l’Italia con le loro numerose partecipazioni alle Olimpiadi. Dibiasi debutta a soli 17 anni ai Giochi della XVIII Olimpiade svolti in Giappone, vincendo una medaglia d’argento: ha gareggiato all’interno dell’impianto sportivo polivalente “Yoyogi National Gymnasium”, realizzato proprio in occasione dei giochi olimpici estivi del ’64 da uno dei più importanti architetti giapponesi.

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Kenzō Tange (Osaka, 4 settembre 1913 – Tokyo, 22 marzo 2005) inizia la progettazione dell’impianto sportivo nel 1961 dopo che il Ministero dell’Educazione lo incarica di realizzare un edificio che non solo diventi il simbolo di un paese caratterizzato da un forte progresso economico, ma che funzioni al meglio per garantire una parte dello svolgimento dei primi giochi olimpici realizzati in un paese asiatico. Per garantire una maggiore fruibilità dell’edificio e una migliore ottimizzazione degli spazi l’architetto giapponese decide di dividere l’impianto polivalente in due palestre: la “Palestra Grande”, preceduta da piccole piazze e contenente una piscina olimpionica convertibile per le occorrenze in pista di pattinaggio, e la “Palestra Piccola”, di forma circolare, utilizzata principalmente per partite di basket e altri sport con il pallone. Ogni singola disposizione interna delle palestre è pensata alla luce del movimento del pubblico che, numeroso, tuttora affolla gli interni dello Yoyogi National Gymnasium. L’intera struttura collocata all’interno dello “Yoyogi Park” di Tokyo si integra perfettamente con il paesaggio circostante tanto che i sottili e curvi cavi strutturali, il tetto a spioventi e la base curva in cemento sembrano apparire dal sito stesso identificandosi come un’unica entità.

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La struttura, composta principalmente da una combinazione di acciaio, cemento, vetro e alluminio risulta essere unica in tutto il suo genere; presi come riferimenti il “Philips Pavilion” di Xenakis e Le Corbusier e il “David S. Ingalls Skating Rink” di Eero Saarinen, Tange analizza questa tipologia di strutture studiandone il potenziale geometrico e a trazione. Realizza così una spina centrale strutturale dalla quale prendono origine la struttura stessa e il tetto; due larghi cavi in acciaio sono usati come supporto tra due torri strutturali che sono, inoltre, ancorate al cemento a terra. Il risultato è  una struttura simmetrica a sospensione che sembra essere un tessuto sospeso tra due semplici supporti che sono messi in tensione dal paesaggio circostante. Il vincitore del Premio Pritzker (1987) e del Premio Imperiale (1993), importante premio giapponese assegnato dalla Japan Art Association, ha progettato un edificio che è divenuto un’icona di stile grazie al suo design unico: la palestra principale, che vuole evocare una tenda in un deserto e che ricorda il guscio di una lumaca, vista da lontano, sembra voler rappresentare una pagoda giapponese.

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Lo “Yoyogi National Gymnasium” risulta quindi essere una vera e propria sintesi dell’estetica occidentale e dell’architettura tradizionale giapponese. Tange nel suo progetto vuole infatti riprendere i capisaldi della cultura orientale e ripresentarli al mondo architettonico con influenze del tutto occidentali, che rendono il suo edificio una delle più importanti mete turistiche di Tokyo. Se Tange nelle sue architetture richiama l’antica arte giapponese modernizzandola con elementi del tutto innovativi, Yakamoto Kotzuga nei suoi brani fa lo stesso. Affascinato dal mondo orientale, come si può comprendere anche dall’anagramma “nipponizzato” del suo nome, Giacomo Mazzucato, artista veneziano, fonde elementi della musica tradizionale giapponese e orientale con suoni del tutto innovativi per la scena musicale italiana. All these things I used to have è una delle sue composizioni più celebri e che meglio lo rappresentano.


Yakamoto Kotzuga_All these things I used to have

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