di A.Z.

Aprì gli occhi. Buio. Era notte. Strano, ricordava fosse mattina.  Forse non ci vedeva più, invece. Probabilmente era morto. Non se l’aspettava così, la morte. Nera e pesante.  Forse un po’ umida. Per la gamba e spalla destre soprattutto. Iniziò a chiedersi cosa avrebbe dovuto farne della morte. Ma un istante dopo, lentamente, qualcosa cominciò a cambiare. Nel nero, spazi di luce fioca si facevano largo, fino a che qualcosa di familiare, sebbene ancora sfocato, lo distrasse. Marrone e grigio, come sempre. Era ancora vivo. Marrone e grigio. Da mesi fango, terra polvere, rocce, cielo, pioggia. Marrone e grigio. Era vivo. Chissà che non fosse meglio il nero della morte. Spalla e braccio bloccati, tempie pulsanti, orecchi infastiditi da un insopportabile stridore. Era vivo, anche quel giorno era vivo. E, come ogni volta che si ritrovava vivo, cominciò l’ispezione. Gamba sinistra, dolore al ginocchio. Nonostante tutto, sopportabile. Piede, caviglia, giusto un leggero fastidio, sufficiente a capire che ancora erano in funzione.

Quando gli capitava di non sentire niente, era più impaurito, forse aveva perso la sensibilità. Non temeva la perdita di coscienza, era l’idea di perdere la sensibilità il suo incubo peggiore. Braccia e gamba destre. Pesanti, schiacciate, dolore. Erano ancora lì. Con l’indice tastava, picchiettava, premeva. Dolore, impossibilità a muoversi. I muscoli e i tendini gli interessavano, alle ossa non badava più. Quelle, al dolore, tanto si erano abituate che non potevano farne più a meno. Lontani i tempi in cui correva tra i campi del paese, vento in faccia e braccia aperte. Braccia. Braccio destro, braccio sinistro, braccio destro. Un altro braccio destro. Ancora una volta, l’ennesima volta. Non era morto, e su di lui il peso della morte e del fango. A chi era toccato questa volta? Lo conosceva bene, o giusto di sfuggita? Provò a liberarsi del corpo che lo opprimeva.

German Soldiers at the Western Front During World War I, 1918

Fu un’azione molto lenta, ma ormai era abituato a svegliarsi col peso di qualcosa addosso, uomini o pietre. Aveva imparato come muoversi senza creare ulteriori danni. A tutto ciò che gli rimbombava negli orecchi si aggiunse il silenzio di morte interrotto da lamenti più o meno strozzati di compagni feriti. Era in quel momento che non sapeva come avrebbe reagito. A volte tutto quello strazio lo faceva ribollire e, nonostante le ammaccature, aveva voglia di urlare e spaccare quelle poche cose che davano la sensazione di essere ancora integre. Gridava all’ingiustizia e premeditava vendette contro qualcuno che non conosceva. Poi finiva per aiutare i compagni feriti senza trattenere una o due lacrime per quelli che erano morti.  Altre volte, invece, solo indifferenza. Oggi era il momento dell’indifferenza.

Si guardò intorno, vedeva e sentiva solo sofferenza, qualche bestemmia. Ma oggi tutto gli era indifferente. Potevano morire tutti, poteva sopravvivere solo lui, poteva morire anche lui, nulla più gli interessava. Fece alcuni passi, inciampò su qualche compagno. Forse qualcuno lo aveva chiamato, magari in cerca di aiuto, magari lo maledivano. Lui niente, andò a trovarsi un angolo riparato. Si scrollò un po’ di fango dalle maniche e si accucciò. Tastò la tasca interna alla ricerca di una sigaretta e di qualche cerino. Prese la sigaretta, se la mise tra le labbra, prese il cerino. Provò ad accenderlo più volte contro la roccia. Era tutto troppo umido. Desistette. Lasciò cadere il cerino e con la sigaretta bagnata ancora in bocca cominciò a fissare la terra sotto i suoi piedi. Il fango cominciò ad asciugarsi, e gli stivali, ridotti a brandelli sui suoi piedi, iniziarono a ricucirsi e a riprendere il colore di quando erano nuovi. Iniziò a crescere l’erba e lì, a pochi passi, uno stagno e le anatre andarono a coprire cadaveri e feriti. Verde e azzurro, del grigio e marrone solo qualche sprazzo qua e là. Niente pioggia, solo una leggera brezza e un raggio di sole che gli riscaldava la faccia. Un cane bianco correva tra l’erba alta inseguendo qualcosa che non riusciva a vedere. Uccelli sugli alberi. Una mela matura nella sua mano. Non conosceva quel posto, ma ci si sentiva a suo agio. Ci sarebbe rimasto per sempre.

Una mano gli accarezzò il viso, un’altra volta, un’altra volta ancora. Poi sentì il dolore, ancora un altro schiaffo. “Che fai! Sono venti minuti che stai così imbambolato. Le bombe a mano ti hanno rintronato?”. “No, Capitano” rispose. “Allora ascoltami, lo vedi questo, è importante! È una delle poche fottutissime cose che mi danno un po’ di pace in questo posto di merda. Lo sai aggiustare?”. E gli diede in mano un grammofono da campo. Anche a lui piaceva ascoltare quel grammofono. “Ci provo” rispose. Lui e il grammofono, entrambi avevano vissuto momenti migliori.

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