di Gabriele Naddeo

Mentre la differenza tra  i generi musicali sembra farsi ogni giorno più labile, il reggae rimane un concetto granitico, fortemente ancorato alle sue radici e ai suoi riferimenti culturali. Il tema di Babylon, ad esempio, continua ad essere un argomento  assolutamente centrale per la cultura rastafariana, da cui la prassi per ogni artista reggae che si rispetti di utilizzare questa metafora per denunciare alcuni aspetti della società moderna. La Babilonia di Raphael, in questo senso, è tutta digitale: una linea di confine della privacy inesistente e il controllo totale dell’informazione. L’artista di Savona –  l’ennesima buona notizia per il reggae italiano – ci fa da guida in quest’intricata giungla 2.0, raccontandoci alcuni aspetti del suo ultimo album “Reggae Survival”  e spiegandoci il suo punto di vista riguardo un genere, quello in levare, che sa cambiare pur rimanendo ‘evergreen’.

‘Who Dem A Pree’  riflette sul controllo totale dell’informazione nell’era digitale: è una sorta di evoluzione 2.0 del concetto di Babylon?

Sì, può essere interpretato in questa maniera. Oramai la linea di confine della privacy è molto sottile ed è estremamente facile raccogliere informazioni sensibili su molte fasce della popolazione, che vengono poi utilizzate a scopi commerciali o di sondaggio.

Sempre a proposito di evoluzioni e di Babylon: mentre molti altri generi musicali cominciano a mescolarsi, così come i confini che li caratterizzano sono sempre più difficili da delimitare, il reggae sembra avere ancora delle coordinate ben definite, quasi dei canoni da seguire, soprattutto per quanto riguarda le tematiche dei brani. Tu in ‘Sweet Motherland’ parli di una ‘younger generation’: credi che il reggae si stia evolvendo o che in qualche modo debba evolversi?

Penso che il reggae a livello di sound già si mescoli con altri stili, basti pensare al lavoro di Damian Marley, o di Protoje. Altri artisti preferiscono suonarlo in maniera più tradizionale. Sicuramente a livello di tematiche la direzione è sempre quella e credo che questo ” rimanere fedele ai propri princìpi” contribuisca al rendere questo genere evergreen.

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Rebel è uno dei singoli di spicco dell’album: in che modo ti consideri ‘ribelle’ e verso cosa? È collegato con l’idea del titolo dell’album: “Reggae Survival”?

Più volte mi è capitato di confrontarmi con persone, di diversa fascia d’età,  che considerano folle l’idea di rinunciare ad un mestiere sicuro per inseguire un sogno artistico. Spesso ho vissuto conflitti anche con me stesso , chiedendomi se stessi percorrendo la strada giusta. Di certo l’Italia non è un paese facile al giorno d’oggi, per gli artisti che non passano attraverso i talent show, ma grazie al reggae, sopravvivo…

La collaborazione con Triston Palma in ‘Joka Soundbwoy’ sembra consolidare ulteriormente il ponte tra  il reggae italiano e giamaicano e più in particolare con la città di Kingston (vedi Alborosie, Mellow Mood, Lion D). Mi racconti dell’esperienza in Giamaica e di questa collaborazione in generale?

Ho avuto la fortuna di recarmi in Jamaica 7 volte negli ultimi 9 anni. Registrai al Tuff Gong il primo album con gli Eazy Skankers già nel 2008, ed è stato un piacere tornare a Kingston a fine 2015 per lavorare con Triston. Ci siamo conosciuti in Belgio la scorsa estate, ci esibivamo ad un festival con la stessa backing band, ed abbiamo parlato molto. Successivamente mi ha invitato nel suo studio, ed oltre la combination ha diretto alcune sessione per altri brani dell’album. Per me è stato come uno stage con alcuni fra i migliori maestri. 

Cosa simboleggia per te Josè “Pepe” Mujica, ex Presidente dell’Uruguay? Perché hai scelto di inserire alcuni frammenti di suoi discorsi pubblici nell’album?

E’ un personaggio che mi ha colpito molto per la sua coerenza e le sue decisioni coraggiose, ed ho voluto condividere le sue parole sulla sua filosofia di vita, che reputo consigli preziosissimi. Mi sembravano perfetti per introdurre il brano ” Another Peace Song”.

Il reggae italiano sembra stia vivendo un periodo d’oro, eppure la mia impressione è che rimane ancora un genere più apprezzato all’estero che all’interno dei confini nazionali. Tu cosa ne pensi? Come ti spieghi questo fenomeno?

Sicuramente è dovuto alla forte tradizione musicale Italiana, siamo tendenzialmente meno esterofili di altri, ma anche al fatto che è molto meno programmata in radio di altri generi. Se contiamo poi che culture come quelle inglesi o francesi, dove il reggae pare sia più diffuso, hanno tassi ben più alti di mix etnico, c’è anche un fattore demografico/culturale.

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