di Gabriele Naddeo

A cosa ci riferiamo normalmente quando parliamo di musica pop? Quali sono i criteri per cui una canzone diventa parte di quella macro-categoria universale che è la Pop Music? Per poter parlare di musica pop sento il bisogno imprescindibile di dover fare uso di uno degli strumenti più popolari del nostro tempo: Wikipedia. Dando una sbirciata rapidissima alle pagine ‘Singoli più venduti del mondo ’ e ‘ Album più venduti del mondo ’ il nostro discorso prende una piega decisamente interessante. “White Christmas” di Bing Crosby, anno 1942, e “Quando quando quando”  di Tony Renis , esattamente vent’anni più tardi, sono, a quanto pare, le canzoni che hanno registrato il maggior numero di vendite nella storia. Si parla di una cifra astronomica che ruota intorno alle 50 milioni di copie vendute, copia più copia meno. Lo scrivo per intero, per realizzare meglio: cinquanta milioni. Non contento il buon vecchio Bing è riuscito anche a vendere altre 30 milioni di copie con “Silent Night”, una decina di milioni di copie in meno di “Candle in the Wind 1997” di Elton John, una decina di milioni di copie in più di “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno.

Dando un’occhiata alla classifica degli album più venduti, invece, la situazione è leggermente diversa. Dopo “Thriller” e le sue 66 milioni di copie vendute in tutto il mondo, il rock fa la sua irruzione a gamba tesa in classifica. Gli AC/DC con “Back in Black” hanno venduto la bellezza di 52 milioni di copie, così come “The Dark Side of The Moon” dei Pink Floyd è stato comprato per circa 50 milioni di volte.  Ecco che subito ritorna la spinosa questione: pop è ciò che è ritenuto più popolare? È ciò che vende di più in assoluto? Ciò che influenza una considerevole mole di individui in modo significativo? O forse è solo un prodotto-zero-emozioni, costruito a tavolino per vendere, vendere, nient’altro che vendere, a prescindere dal suo futuro risultato positivo o negativo di mercato? E se, ancora, con pop intendessimo proprio una miscela di tutto quanto appena detto finora?

 

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(Bing Crosby sognando un Bianco Natale)

 

È curioso notare come nell’immaginario collettivo la pop music ha quasi sempre un’accezione negativa.  La canzone pop per eccellenza viene spesso percepita come un brano legato in maniera imprescindibile al business musicale, lo specchio per antonomasia dell’industria mainstream, un oggetto vuoto, un senza-anima, con tanto di testo a prova di stupido e melodie che si attaccano al cervello.  In questo senso, la pop music coincide spesso con il ‘periodo d’oro’ delle boy & girl bands: Backstreet Boys, Spice Girls, Destiny’s Child, Blue e chi più ne ha più ne metta.  A questo punto la situazione sembra farsi ancora più complicata. È davvero solo questo il pop? Una macchina mangia-soldi e poi…nulla più? Volendo limitare il discorso al solo piano delle vendite dovremmo allora dire che forse forse gli AC/DC sono più pop di Beyoncé? Naturalmente quest’idea non ci sfiora neanche per un secondo, dal momento che l’identità musicale del gruppo australiano è ben lontana da ciò che abitualmente facciamo rientrare nei canoni del pop. Vogliamo allora riferirci alla pop music solo dal punto di vista della ‘costruzione a tavolino’ del pezzo, dell’abuso di melodie appiccicose e temi ultra-leggeri? Se pure volessimo, dovremmo immediatamente incoronare il già citato Bing Crosby come il re indiscusso del genere: due canzoni sul Natale praticamente immortali e un’ottantina di milioni di copie vendute vi bastano come prova al riguardo?

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Eppure, per l’ennesima volta, un’altra domanda sorge spontanea: Che “Silent Night” o “White Christmas” siano brani ultra popolari non c’è nessun dubbio al riguardo, ma chi avrebbe mai il coraggio di affermare che canzoni del genere potrebbero aver generato la stessa influenza di una canzone dei Beatles o dei Beach Boys, di Michael Jackson, Elvis Presley o Bob Dylan? Eccoci di nuovo al punto di partenza: cosa definire come il pop per eccellenza?

Se potessi decidere oggi stesso che accezione dare al termine ‘pop’ credo che, personalmente, lo slegherei del tutto dalla sua connotazione  pseudo-musicale. In un simile scenario, allora, pop diventerebbe l’equivalente del concetto di ‘virale’, ma un fenomeno virale capace di lasciare un’impronta significativa nel tempo, un solco visibile all’interno di un particolare circuito musicale, nazionale o internazionale che sia, tanto nel bene quanto nel male, ma certo non un tormentone settimanale da social network che dimenticheremo senza farci troppo caso. In questo modo potremmo  affermare in tutta tranquillità che Bob Dylan e Nicki Minaj, i Pink Floyd e David Guetta sono tutti fenomeni indubbiamente ‘pop’, dal momento che il termine non andrebbe a intaccare neanche per sbaglio la loro identità musicale. Allora spolpiamolo, il pop, svuotiamo il termine di tutte le derive e i fraintendimenti che si trascina dietro, ridimensioniamo una volta per tutte la portata di questa parola. Ora che Miley Cyrus pubblica gli album coi The Flaming Lips, Beyoncé collabora con Jack White e campiona i Led Zeppelin e Diplo fa le basi a Justin Bieber, non abbiamo davvero più nessun motivo valido per trascinarci dietro un vocabolo che genera più pregiudizi che altro. È forse, allora, arrivato il momento di affidarci a una nuova terminologia per poter definire meglio molti degli album che sono stati pubblicati di recente e per quelli che verranno alla luce da questo momento in poi: prodotti sempre più eterogenei, trasversali e spesso molto difficili da etichettare.  È arrivato, in sostanza, il momento di rilassarsi, di fregarsene altamente della sessione privata di Spotify ed iniziare ad ascoltare ciò che più ci fa stare bene, senza soffrire alcun tipo di pressione sociale se nel proprio iPod tra Aphex Twin e Charlie Parker compare l’ultima hit spacca-classifiche di Bebe Rexha.

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Attenzione: tutto ciò non significa certo che di punto in bianco dovremmo rinunciare a priori a definire la musica che ci circonda o, peggio, aver paura di affermare che quell’ artista o band di turno ha pubblicato un album che ci sembra soltanto una boiata pazzesca.  Anzi, direi piuttosto che una volta svuotato il pop da tutti i pregiudizi che si porta faticosamente dietro, avremo ancora più libertà di critica. Dovremmo forse cominciare ad ascoltare tutti tutti gli album che vengono pubblicati ogni giorno per non rischiare di cadere nel pregiudizio e perdere un futuro, eventuale e sorprendente brano di Ligabue? Certo che no. Dovremmo, più che altro, avere più fiducia nella critica del settore, il cui ruolo da filtro in un momento così dispersivo per il mondo della musica è fondamentale. D’altra parte la critica musicale deve dimostrare di sapersela guadagnare questa fiducia del lettore. Non serve affatto dedicare un articolo a Il Volo che sporca di merda le pareti di un hotel, anche solo per voler criticare il trio: è gossip acchiappa-visite, mica c’entra con la musica. Non è sano aver paura di criticare liberamente il disco di un artista affermato: parlare in maniera volutamente blanda del suo album, evitando e camuffando la recensione con un copia-incolla del comunicato stampa e stralci di commenti dell’artista in questione, è una pratica insensata, vile e dannosa. Paura che Laura Pausini non vi regali un viaggio premio a Miami? O che Elisa vi aizzi contro tutti i suoi fan scatenati sui social network? Senza divagare troppo, la morale della favola sembra essere questa: non abbiamo nessun bisogno di scervellarci sul pop, ciò di cui si sente veramente il bisogno sono ‘soltanto’ delle critiche sincere e, sempre e comunque, delle belle canzoni. Che poi queste canzoni abbiano o meno la potenzialità  per ‘diventare pop’ poco importa. Così come importa davvero poco se gli autori di questi  brani mozzafiato saranno Gigi D’Alessio, i The Kolors, Parov Stelar o i Vampire Weekend.

 

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