di Gabriele Naddeo

Racconto liberamente ispirato da ‘Il Dio delle piccole cose’ di Fabi Silvestri Gazzè

Il Dio delle piccole cose

Se Francesco dovesse mai raccontare in un libro del signorAnacleto Bendazzi, userebbe senz’altro parole come queste: “Il signor Anacleto è basso, più basso di quello che potete immaginare. Prima di andare a dormire, ogni santissima sera, poggia gli occhiali tondi sul comodino sbilenco alla sinistra del letto, poi riascolta per l’ennesima volta un album di De Gregori che ha comprato nel ’74 e che da quarant’anni gli fa compagnia. In paese tutti lo chiamano “il Dio delle piccole cose”, ma lui ne ignora il motivo, o forse fa solo finta di non essersene accorto.“Oh e vedi un po’ chi ci sta: il Dio delle piccole cose!”. Commenti come questo, sussurrati puntualmente all’orecchio di un amico o accompagnati da fugaci e complici occhiatine, fanno da sottofondo alle rare passeggiate di Anacleto Bendazzi nella piazza principale del paese. Nessuno si ricorda chi sia stato il primo a chiamarlo così e perché mai il minuscolo, paffuto signor Anacleto sia stato da sempre il Dio delle piccole cose, così come nessuno osa rivolgergli mai la parola…”. Ogni volta che Francesco si appoggia stanco su un qualsiasi sedile blu della metropolitana di Londra ripensa al suo bel paese siciliano, al signor Anacleto Bendazzi e al giorno in cui ebbe la fortuna di conoscerlo di persona.

“Signor Anacleto! Signor Anacleto! Perché sei il Dio delle piccole cose?” : Francesco aveva 9 anni e una buona miscela di sfacciataggine e curiosità che chissà adesso dove sono andate a finire. “Signor Anacleto rispondimi! Perché sei il Dio delle piccole cose?”. Il signor Anacleto non rispose, ma lasciò scivolare un mazzo di chiavi sul marciapiede, prima di dileguarsi rapidamente. Il bambino si fermò a studiare con cura i colori e le diverse dentature, quando fu una chiave in particolare a catturare la sua attenzione. Piccolissima, tutta rossa, collegata da un anello arrugginito a una targhetta di plastica nera su cui si leggeva chiaramente la parola “casa”. Le porte della tube londinese si aprono all’improvviso e Francesco si distrae un momento: “Leicester Square!” annuncia gracchiante il megafono, ripescando controvoglia quell’uomo annegato nei ricordi. Il ritorno sulla terraferma, però, dura soltanto pochi secondi.

 

“Signor Dio, signor Dio! Sono venuto a portarti le chiavi!”: e chi se lo dimentica il momento in cui Francesco bussò per la prima volta al campanello di casa Bendazzi. “Smettila di chiamarmi così piccolo sciocco!” tuonò l’uomo dietro la grande porta d’ingresso. Il ragazzino in quel momento non poté credere ai suoi occhi, vuoi perché il signor Anacleto lo accolse con un inaspettato sorriso, vuoi perché alle spalle di quest’ultimo si presentava uno scenario a dir poco bizzarro. Tutte la pareti di casa Bendazzi erano tappezzate da cornici di legno che a stento lasciavano affiorare qua e là il bianco panna che il signor Anacleto aveva scelto per pitturare casa. “Allora Francè, vuoi entrare sì o no? O Vogliamo passare tutto il pomeriggio nell’ingresso?”. Dentro ogni cornice, protetto da una lastra di vetro, era custodito un singolo oggetto, meticolosamente accompagnato da una targa in ottone che ne raccontava la storia.“Cappello di paglia perso da Mario Lombardo il 4/12/1992 durante la Sagra delle Sarde…bottone caduto dalla camicetta di Concetta Catalano il 16/5/1976…” e così via. Nella casa-museo di Anacleto Bendazzi il piccolo Francesco ci aveva ritrovato in una volta sola tutto il suo paese: in quel labirinto di oggetti e cornici c’era persino il suo trenino, dimenticato l’anno precedente nel parco e mai più ritrovato, o ancora gli occhiali rotti del suo amico Giuseppe. Il Dio delle piccole cose gli indicò proprio il trenino, facendo segno a Francesco di riprenderselo, ma il bambino era troppo impegnato a studiare ogni dettaglio della casa per rendersene conto.

 

 

Il finestrino della metro londinese ora lascia intravedere una scritta familiare: “Ealing Common”, si torna finalmente a casa dopo una dura giornata di lavoro. Francesco trotterella allegro lungo il vialone alberato: quel ricordo così lontano e insignificante lo mette sempre di buonumore. Prima di rientrare e salutare la moglie, riceve dal portiere un voluminoso pacco di cartone indirizzato alla sua famiglia. “Sara! Credo proprio che tuo padre ci ha mandato le melanzane sott’olio!” grida felice entrando nell’appartamento. Tra i barattoli, le buste di pasta e l’immancabile confezione di parmigiano, stavolta fa capolino anche una piccola scatola, ricoperta con dei fogli di un vecchio quotidiano italiano. “Dovevi ancora riprenderti il trenino”– recita il biglietto incollato sul coperchio – “cerca di non dimenticarlo quando andrai al parco coi miei nipoti”.

 

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