di A.Z.

Un rivolo di sangue scorreva lungo la mano del ragazzo appoggiata alla fronte, trasformandosi in gocce che lentamente cadevano a terra. Il ragazzo fissava quelle gocce di sangue a terra. In quella chiazza sangue e polvere ci vedeva il tempo. Ci vedeva il passato e ci vedeva il presente. Provava a vederci il futuro, almeno di qualche ora, ma gli veniva difficile scoprirlo. Sapeva in cuor suo che la leggera ferita alla testa aveva in realtà aperto un cratere nella sua mente e tutte le sue idee, fino a poche ore prima perfette e inattaccabili, erano lì a prendere il colore del sangue e della polvere, a prendere il colore della strada, a prendere il colore della vita. Seduto sulla panca di quell’interminabile corridoio, lui, sempre istintivo e pronto all’azione, era costretto ad aspettare. Una strana sensazione, aspettare. Lui, che non aveva mai voluto aspettare, che aveva sempre corso in avanti, che non aveva mai prestato attenzione a nessuno, era lì che aspettava e fissava una chiazza sangue e polvere. Lui, che il futuro diceva sempre di averlo saputo, non riusciva a immaginare dove avrebbe passato la notte. Si rendeva conto in quegli istanti che aspettare significava pensare. Forse, proprio per evitare di soffermarsi a pensare aveva sempre avuto fretta. Avuto fretta di crescere, di farsi delle idee, o di prendersi quelle che nel suo più profondo istinto sentiva sue. E quando se ne era prese a sufficienza da pensare di aver capito il mondo, aveva deciso di portarsele con sé, nella Grande Città. Da un giorno all’altro, aveva lasciato la sua casa, la sua famiglia, il suo paese e pure il pensiero di quella ragazza che quando la vedeva, un po’ gli ribolliva il sangue. Pure avevano cercato di fermarlo, ma che ne sapevano loro del futuro, che ne sapevano loro del mondo che cambiava, che ne sapevano loro che il mondo solo lui poteva salvarlo. Solo lui. Era partito così, con quella certezza.

Ma, arrivato nella Grande Città, si era subito reso conto che il mondo era un po’ più grande e difficile da salvare, non sapeva neanche da dove cominciare. Ma la città era veramente grande, e ci trovò altri come lui, che pensavano di salvare il mondo da soli. E, a voglia di incontrarsi, decisero che, forse, a salvarlo tutti insieme era più facile. Questo ci vedeva il ragazzo, in quella chiazza sangue e polvere, ci vedeva che aveva provato a salvare il mondo e, a quanto pareva, nonostante la ferita, per quel giorno il mondo era salvo. Almeno così gli sembrava di aver capito mentre lo portavano via. “Non preoccuparti, si risolverà tutto in un baleno” gli aveva urlato la ragazza che era riuscita fuggire “ci rivediamo presto”. A pensarci, anche quella ragazza gli aveva fatto ribollire il sangue. A parte quelle sensazioni, non ricordava troppo della giornata. Ricordava la strada lunga e stretta da dove erano partiti in pochi e, passo dopo passo, qualcuno si aggiungeva e diventavano di più, qualcun altro si aggiungeva e diventavano ancora di più, e sempre di più da sembrare infiniti. E dalle finestre si affacciavano, applaudivano e lanciavano cose. Allora non era solo lui che voleva salvare il mondo, c’erano tante facce diverse dalla sua su quella strada, facce che non aveva immaginato. E, passo dopo passo, l’adrenalina saliva, i pensieri si annebbiavano, il tempo sembrava rallentare e le gambe e le braccia erano pesanti. Bisognava fermarli quegli altri, quella strada era l’ultima barriera. Alla fine quegli altri, neanche li aveva visti. Un colpo in fronte lo aveva preso lo stesso, e ora era lì ad aspettare. Improvvisamente distolse lo sguardo dalla chiazza sangue e polvere e si guardò intorno. Si rese conto che non era solo in quel lungo corridoio, c’erano gente e porte sbattute a ripetizione. Uomini in divisa che correvano avanti e indietro, uomini e donne che urlavano. Riconobbe qualcuno, e ancora sentiva urlare che avevano vinto lo stesso. Seduto lì, non lo sapeva, però, se lui aveva vinto. Non l’aveva immaginata così la vittoria, non l’aveva immaginato che avrebbe visto il suo sangue. Aveva solo immaginato di salvare il mondo quel giorno e di continuarlo a salvare i giorni successivi. Sentì una fitta alla testa, tutta quella confusione gli aveva provocato più noia della ferita. “Non ti preoccupare” sentì urlare da un altro “cinque ghinee e tutto si aggiusta, non ti preoccupare”. Sentì una fitta allo stomaco, a chi le chiedeva cinque ghinee. Conosceva solo uno che sapeva aggiustare le cose. Una fitta alla testa e una fitta allo stomaco. Intanto se ne tornò a fissare la chiazza sangue e polvere.

 

 

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